maro_1Roma, 16 dic – La Corte Suprema indiana ha appena rigettato la richiesta di libertà provvisoria presentata dagli avvocati difensori dei due Marò italiani accusati di aver ucciso due pescatori durante una operazione antipirateria.

Dopo tre anni in cui gli inquirenti indiani non hanno potuto depositare un capo di accusa (uno!), dopo aver tentato di utilizzare contro i due militari la legge indiana antiterrorismo che rovescia l’onere della prova a carico dell’accusato come nei processi medievali sulla caccia alle streghe, dopo aver ignorato due rogatorie internazionali della Magistratura italiana che chiedeva i documenti processuali… ancora le autorità indiane si comportano con boriosa protervia.

Ma la “debacle”, il disastro, è in carico dei tre governi italiani che hanno gestito la vicenda, e che invece di avvalersi degli strumenti del Diritto Internazionale, invece di appellarsi alle risoluzioni della UE, hanno voluto gestire la vicenda in modo cialtrone e buffonesco con un “volemose bene” puntualmente ricambiato a calci in faccia dalla controparte, e offrendo complici assist all’India quando questa la faceva troppo grossa. Anche pochi giorni fa abbiamo letto le dichiarazioni del nostro neo-ministro degli Esteri: a questa vicenda bisogna pensarci sempre ma parlarne il meno possibile. Ed ecco il risultato di questa astutissima linea di condotta.

La parola d’ordine in questi tre anni è stata “non bisogna indispettire gli indiani”, ce la siamo sentiti sussurrare continuamente. Ma serviva solo a mascherare una linea di condotta acquiescente al limite del ridicolo, finalizzata a salvaguardare chi aveva interessi economici in India, chi ha aperto fabbriche in India, chi ha portato in India produzioni storiche togliendole dall’Italia. Di chi ha fatto disoccupati qui per pagare i costi di produzione con poche rupie e rivendere in Europa pagato in Euro.

E a questo si aggiunge il disastro della siderurgia: 36.000 posti di lavoro, 34 miliardi di € di fatturato, il 2% del PIL nazionale, affossata spegnendo tutti gli altoforni nazionali (Terni, Piombino e Taranto) affossando l’economia di intere città, facendo migliaia di disoccupati e cassintegrati, e perchè? Per “vendersi” il mercato italiano dell’acciaio (27 milioni di tonnellate l’anno) a chi è disposto a pagare. Taranto, la più grande acciaieria d’Europa, è in procinto di essere venduta al paperone dell’acciaio indiano Mittal, ma il 49% dei soldi li metteranno i contribuenti italiani, il 100% del potere di comando agli indiani, che produrranno in India quello che prima si produceva in Italia.

Nel mentre le autorità indiane continuano a sputacchiarci in faccia a giorni alterni, gloriandosi di fronte al mondo di poter prendere a calci un paese di saltimbanchi ormai piegati al punto di essere incapaci di reagire, a New Delhi come a Berlino, alla Merkel come a Mittal. Inchini e riverenze un tanto all’ora, diceva Trilussa. E una mancetta è pur sempre una mancetta, anche in rupie fa sempre comodo.

Luigi Di Stefano

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