isisTripoli, 17 feb – Cinquecentomila disperati stipati nei campi di accoglienza – si fa per dire – in Libia, e nei porti dello stesso ex-stabile paese africano, controllati armi in pugno dai nuovi padroni di sempre più gran parte del mondo arabo, quei manager del terrore, come li definisce acutamente l’ex ministro degli esteri Giulio Terzi, afferenti alla sigla universale dell’Isis, pronti a essere utilizzati come merce umana da imbarcare verso le frontiere d’Europa, praticamente l’Italia, con il duplice scopo di fare cassa facile – fino a mezzo milione di euro a viaggio – e di destabilizzare l’Europa stessa, a partire da quell’Italia “crociata” che ospita la capitale della cristianità.

Se fino a oggi i circa 7 mila migranti sbarcati sulle nostre coste, tra il 60% e il 100% in più rispetto all’anno “record” 2014, sembrano troppi, evidentemente i numeri che si prospettano parlano da soli sull’enormità del problema, tanto che farebbe quasi sorridere, se la situazione non fosse tanto drammatica, l’appello del Viminale ai presidenti di regione per trovare spazi e stabili utili a ospitare molte più persone rispetto alle 66 mila già presenti sul territorio nazionale.

I recentissimi spari contro la motovedetta della Guardia costiera al largo di Tripoli hanno fatto alzare il livello di preoccupazione degli 007: potrebbe essere il segnale che gli “uomini neri” che si riconoscono nel califfato di Al-Baghdadi hanno messo le mani sul business delle traversate dei migranti. Di fronte al precipitare della situazione, il ministro dell’interno, Angelino Alfano, non ha trovato di meglio che esortare a ripensare le modalità di soccorso in mare, minimizzando i rischi per i soccorritori italiani. Cosa questo significhi nel concreto, non è dato sapere.

Quello che è certo è che la minaccia si fa sempre più vicina e concreta: nel momento in cui si evacuano in gran fretta gli italiani presenti in Libia per ragioni di sicurezza, evidentemente non si possono mandare militari allo sbaraglio, disarmati, a poche miglia da Tripoli. Intanto, sul versante politico, il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, ha scritto alla Commissione europea per chiedere più fondi e mezzi aeronavali, come se gli anni buttati al vento tra un Mare Nostrum catastrofico e un Triton invisibile fossero trascorsi invano.

INFOGRAFICA: dalle speranze della Rivoluzione all'avanzata dell'Isis gli ultimi quattro anni in Libia
Mappa del conflitto in Libia (fonte: Ansa)

Nel frattempo, i trafficanti di schiavi sono alla ricerca di imbarcazioni sulle quali far salire le masse di disperati: se in questi giorni si stanno usando gommoni fatiscenti “usa e getta”, vengono già segnalati furti di navi d’altura in paesi vicini come Tunisia, Algeria e Marocco, e con l’avvicinarsi della primavera i numeri delle partenze sono destinati ad impennarsi.

L’approccio del governo italiano al problema immigrazione è quello di coinvolgere le istituzioni sovranazionali, in primis l’Europa: “È più che mai necessario – scrive Gentiloni all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini (nel caso esista davvero), al vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans e agli altri sei Commissari che il prossimo 4 marzo si riuniranno per discutere di immigrazione – che l’Ue risponda in maniera adeguata, incrementando solidarietà e condivisione di responsabilità a livello europeo. L’Italia – aggiunge – considera il recente avvio, lo scorso 1 novembre, dell’operazione Triton, un primo passo nella giusta direzione. Nondimeno, riteniamo che l’Unione Europea debba fare di più in termini finanziari e di concreta disponibilità di mezzi aeronavali“. Di che sgomentarsi, insomma.

Infatti, da Bruxelles, un portavoce dell’esecutivo Ue conferma che la Commissione continuerà a “sostenere l’Italia se chiederà ulteriore assistenza da Frontex. Naturalmente – puntualizza – l’operazione  congiunta Triton è intesa per sostenere gli sforzi italiani su loro richiesta, e non rimpiazza né sostituisce gli obblighi italiani nel monitoraggio e nella sorveglianza delle frontiere esterne Schengen e nel garantire pieno rispetto degli obblighi internazionali ed Ue, in particolare per le ricerche ed i salvataggi in mare“.  Come dire – eufemisticamente – sono affari vostri.

Critico, invece, il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega Nord), che chiede “cosa ci faceva una motovedetta italiana nelle acque a 50 km di distanza da Tripoli quando l’operazione Triton prevede un controllo di 30 miglia dalle nostre coste? Come si possono mandare nostri operatori disarmati in acque che bagnano un paese in preda a una guerra interna e contro il mondo occidentale?“. Una voce chiara nella nebbia che pare avvolgere i ministri del governo Renzi.

Se, per tornare al punto di partenza, sembrano tanti o fin troppi i miliardi di euro all’anno di danni che l’Italia patisce in conseguenza della caduta di Gheddafi prima e dell’invasione dell’Isis poi, come sarà possibile reggere l’impatto di migrazioni composte da centinaia di migliaia di persone, inevitabilmente infiltrate da terroristi, che si annunciano nei prossimi mesi? Mentre il califfato non si stanca a richiamare continuamente i combattenti che si trovano già in Europa affinché agiscano con un atto eclatante, in una esortazione che rimbalza continuamente sui siti internet ad attaccare con ogni mezzo e in qualsiasi luogo .

Attaccare subito prima che sia troppo tardi, anche unilateralmente come sta facendo l’Egitto, perché alternative non ve ne sono. Sconsolanti, invece, le ultime dichiarazioni di Matteo Renzi, secondo il quale “da tre anni in Libia la situazione è fuori controllo, lo abbiamo detto in tutte le sedi e continueremo a farlo. Ma la comunità internazionale se vuole ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La proposta è di aspettare il consiglio di sicurezza Onu. La forza dell’Onu è decisamente superiore alle milizie radicali”. Come no, cerchiamo allora di spiegarlo all’Isis, chi sa mai che si arrendano.

Francesco Meneguzzo

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