20150209_Quilty_Mazar_Afg_0131423514293Kabul, 11 Mag- Sono circa 5 mila i combattenti afghani nella provincia di Mazar-e Sharif arruolatisi tra le fila del gruppo “Margh”( che in lingua dari significa “morte”) per cercare di arrestare quella che ormai è diventata una reale minaccia anche in Afghanistan: l’ombra dell’Isis. Si tratta di veterani mujaheddin che hanno già combattuto contro l’invasione sovietica e contro i talebani durante gli anni della guerra civile. Girano su polverose motociclette per le strade della città della celebre Moschea Blu, avvolti in drappi neri, verdi e rossi (i colori della bandiera afghana).

Mohammad Mahabiyar, il leader politico e spirituale del Margh, si dichiara pronto al martirio piuttosto che cedere il passo sul suolo afghano alle forze dello Stato Islamico: “La gente non può stare seduta a guardare, non può aspettare che un altro gruppo terroristico si stabilisca in Afghanistan” dichiara al Washington Post. La maggior parte dei combattenti del Margh professa il culto sciita (una minoranza rispetto ad un Afghanistan prettamente sunnita): questo dettaglio fa dichiarare in maniera sommaria agli analisti statunitensi che si tratti di un gruppo finanziato dal vicino Iran.  Inoltre, ad accrescere l’aura eroica che aleggia attorno a questi combattenti, è la questione etnica: alcuni di loro sono di etnia Hazara, i diretti discendenti, secondo alcune teorie, del celebre condottiero Gengis Khan.

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Il pericolo Isis è diventato tangibile e reale il 18 Aprile scorso, quando è stato perpetrato un attentato a Jalalabad presso la Banca di Kabul, dove sono rimaste uccise 33 persone e ferite un centinaio: è stato il primo atto terroristico in Afghanistan rivendicato da Isis Wilayat Khorasan, ovvero “Isis della provincia di Khorasan” (il distretto più orientale dell’antico impero persiano, che si estendeva tra Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Tajikistan e Iran).

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Inoltre, molti nuclei della galassia talebana stanno ammainando il proprio drappo bianco a favore della bandiera nera dell’Isis, sia per via del prolungato silenzio della loro guida spirituale Mullah Omar, sia nella convinzione di ottenere attraverso l’affiliazione allo Stato Islamico, maggiore visibilità e più cospicui finanziamenti: è quanto è successo qualche mese fa nella provincia di Sar-e Pol.

Margh è un’organizzazione la cui indipendenza politica e militare preoccupa non poco il governo centrale di Kabul, il cui presidente, Ashraf Ghani, continua a rilasciare dichiarazioni incentrate sul ruolo della legge costituzionale e sull’importanza che essa venga rispettata da parte di ogni forza politica. In un paese in cui la legge non scritta, che regola da millenni la vita di individui, clan e famiglie, ha più valore di una Costituzione redatta nel 2004, risulta difficile per le forze governative cercare di arginare e demilitarizzare gruppi di questo tipo che agiscono in nome del principio della difesa del proprio suolo natio. Soprattutto è poca la fiducia che i cittadini afghani ripongono nei confronti di un governo che ormai da troppo tempo non riesce a porre un freno al terrorismo jihadista di stampo talebano, figurarsi a quello internazionalista del Califfato islamico.

Bande di fuorilegge in motocicletta a difesa della propria Terra: non è la trama del prossimo film hollywoodiano in uscita sui maxi schermi in mondovisione, è Afghanistan. E qui sono pronti alla morte, davvero.

Ada Oppedisano

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