russia-cinaRoma, 21 mag – La crisi ucraina spinge la Russia  a guardare ad Est, accelerando i piani di cooperazione energetica e commerciale e dell’istituzione di una partnership tanto voluta quanto temuta dal Cremlino, che ha bisogno di nuovi investimenti e nuovi clienti, ma teme gli appetiti territoriali della Cina.

Il “ri-orientamento strategico” idealizzato da Putin finora è stato più una minaccia per l’ Europa e l’ America che un piano concreto, ma il primo capitolo potrebbe essere però scritto in queste ore, con la firma del mega-contratto per le forniture di gas russo alla Cina: 38 miliardi di metri cubi di metano l’ anno per 30 anni. Una notevole aggiunta alle vendite all’ Europa, che d’ altronde restano imprescindibili – sia per Russia che per l’ Ue, come sottolinea Gazprom – è l’inizio di una vera interdipendenza tra Mosca e Pechino.

Lo spazio per rafforzare i rapporti con la Cina e la regione circostante esiste ed è ampio,  insiste  Mosca. Nel 2013 con Cina, Giappone e Corea del Sud ci sono stati scambi commerciali per 150 milioni di dollari, ovvero tre volte meno che con l’ Europa. E i tre Paesi asiatici assieme rappresentavano a fine 2012 poco più di sei miliardi di dollari di investimenti diretti, a fronte dei 496 miliardi complessivi di Ide. Gli esiti tutt’altro che definitivi della crisi ucraina, uniti alle sanzioni occidentali e alle tensioni con l’ Ue anche sul fronte energetico, stanno facendo tendere gli analisti di governo a Mosca verso la Cina, sottolineando il potenziale dell’ abbraccio economico. “Con i partner cinesi siamo determinati a portare gli scambi commerciali a 100 miliardi di dollari nel 2015 e a 200 miliardi nel 2020″, ha detto oggi per tutti Vladimir Putin, in una intervista ai media cinesi prima di partire per Pechino.

Durante la visita saranno firmati almeno 30 documenti:  accordi, contratti, intese su energia atomica, spazio, farmaceutica, tecnologie informative, anche la produzione congiunta di un aereo per tratte intercontinentali (per fare concorrenza ad Airbus e Boeing, secondo fonti informate sul dossier aviazione) e di un elicottero. Resta però la centralità dell’ accordo sul gas, negoziato per anni, con i cinesi fermi nel loro rifiuto di fronte alle richieste economiche russe. Negli ultimi giorni, però, il colosso del gas Gazprom per bocca del suo numero uno Aleksey Miller ha lasciato intendere di essere pronto a cedere qualcosa per procedere alla firma parlando di “condizioni accettabili”. Se il gas è il vero test in queste ore, il problema per Mosca è quello di mettere in campo un rapporto equilibrato, che permetta alla Cina di investire ma non di diventare il cliente con le chiavi del Paese in mano.

Se nella Russia asiatica ci sono enormi porzioni di territorio quasi disabitato e solo il 23% degli abitanti in questa parte della Federazione, dall’ altra parte di un confine lungo 2600 km, la Cina con i suoi 1,3 miliardi di abitanti è sempre in cerca di terre da coltivare e dove costruire. Un Paese con cui in passato i rapporti sono  stati a lungo difficili e che in Russia continua a essere guardato con un certo sospetto anche alla luce di trascorsi diplomatici ambigui. Per cercare di bilanciare il peso cinese, la formula che viene predicata oggi a Mosca è di guardare a Est, coltivando un  piccolo club di Paesi con cui fare affari, compreso il Giappone con le sue capacità high-tech, la Corea del Sud e il Vietnam, con progetti per una zona di libero scambio che rafforzi la dimensione asiatica di quell’ Unione doganale che il Cremlino, senza l’ Ucraina, deve ripensare in versione molto più asiatica. Con le conseguenze per l’Europa che si possono immaginare: un cuscinetto senza potere decisionale tra America e nuovo blocco economico dell’Est, quindi relegata a comparsa negli scenari internazionali di qua a venire.

Gaetano Saraniti

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