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Parigi, 31 ott – Dall’Atene di Solone, dove venne istituito il primo bordello, all’Impero romano passando per Medioevo e anni ’30 fino ad arrivare ai giorni nostri. L’esercizio della prostituzione è sempre esistito e da sempre si è cercato un modo ragionevole di regolamentare un fenomeno in continua evoluzione. Nel mondo mussulmano la prostituzione è sanzionata con la pena di morte mentre in altri paesi avviene il fenomeno diametralmente opposto, la Germania, ad esempio, nel 2002, con una proposta di legge avanzata dal Partito dei Verdi tedesco ed approvata dalla coalizione di maggioranza nel Bundestag, eliminò il generale divieto di favoreggiamento della prostituzione e permise alle prostitute di ottenere un regolare contratto di lavoro. Il principio fondante della nuova disciplina è che la prostituzione non deve essere più considerata una attività immorale ma una risorsa economica per lo Stato.

L’unica istituzione europea ad avere assunto una posizione chiara in fatto di prostituzione è la Corte di Giustizia delle Comunità europee, la quale si è pronunciata in materia il 20 novembre 2011 in occasione del decreto Jany fornendo una propria definizione di prostituzione: “attività mediante la quale il prestatore soddisfa, a titolo oneroso, la richiesta del beneficiario, senza tuttavia produrre o cedere beni materiali”. E conclude affermando che “l’attività della prostituzione esercitata a titolo individuale può essere considerata come un servizio erogato dietro remunerazione e pertanto si inserisce nell’ambito delle disposizioni del diritto comunitario relative alla libera prestazione di servizi”.

Ed è su questa base che nasce l’appello firmato in Francia da varie personalità del mondo della cultura. “Non toccate la mia puttana. Manifesto dei 343 maiali”.  Si tratta di una petizione contro il progetto del governo di multare i clienti delle prostitute: i proponenti dell’iniziativa, che si definiscono “salauds” (maiali), rivendicano il proprio diritto di andare a lucciole. Il documento sarà pubblicato sul numero di novembre della rivista Caseur, ma è già stata diffusa un’anticipazione dal quotidiano Liberation. Il titolo dell’appello fa riferimento al manifesto delle 343 “salopes” (puttane) del 1971, documento per il diritto all’aborto firmato dalle attiviste del movimento femminista. “All’epoca le 343 salopes reclamavano il diritto di disporre liberamente del proprio corpo. Oggi i 343 salauds reclamano il diritto di disporre del corpo di altri. Credo che questo non abbia bisogno di alcun commento”, ha dichiarato la portavoce del governo Najat Vallaud-Belkacem, che è anche ministro dei Diritti delle donne.

La proposta di legge contestata dai “maiali” è stata presentata dalla deputata socialista Maud Olivier: si intende punire con una multa di 1.500 euro (raddoppiata in caso di recidiva) i clienti delle prostitute. Contro l’iniziativa sono scese in piazza, pochi giorni fa, centinaia di lucciole. Ora, l’appello dei “salauds”. L’ideatore dell’iniziativa è lo scrittore Fréderic Beigbeder, ma i tra i firmatari compaiono anche i giornalisti del gruppo Le Figaro Eric Zemmour e Ivan Rioufol e il drammaturgo Nicolas Bedos. E ancora, Richard Malka, avvocato di Dominique Strauss-Kahn, e Basile de Koch, marito di Frigide Barjot, leader del movimento contro i matrimoni gay.

“Contro il sessualmente corretto, vogliamo vivere da adulti,” rivendicano i promotori dell’iniziativa, i quali, pur condannando i rapporti non consensuali, difendono il proprio “diritto” a praticare il sesso a pagamento. Rifiutano di essere annoverati tra i “frustrati, perversi e psicopatici descritti dai militanti di una repressione mascherata in lotta femminista. Oggi la prostituzione – aggiungono – domani la pornografia, che cosa si vieterà ancora?”. I firmatari non accettano che i parlamentari “proclamino delle norme sui nostri desideri e i nostri piaceri”. Sulle pagine di Le Monde, la femminista Anne Zelensky, che all’epoca aveva firmato il manifesto delle “salopes”, ha reagito all’appello dei “maiali” denunciando “un gioco perverso, in cui la libertà è messa al servizio di una schiavitù di fatto. Siamo seri – ha aggiunto – non c’è alcun piacere a dover aprire le gambe su richiesta e diverse volte al giorno”.

Gratiliano Bonacci Brunamonti

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