canale-panamaPanamà, 7 feb – Gas e petrolio di scisto. In inglese shale gas and oil, idrocarburi intrappolati in formazioni rocciose. Una rivoluzione in terra nordamericana, ricca di giacimenti cosiddetti “non convenzionali” che stanno trasformando gli Stati Uniti da paese importatore a paese esportatore netto. Non pochi analisti hanno visto in questa nuova frontiera della trivellazione la possibilità di un mutamento nella politica estera a stelle e strisce, a partire dai recenti stravoglimenti in terra araba: non più intervento in forza d’urto come fu in Afghanistan e in Iraq, ma soft power a classica impronta Democratic Party seppur in versione più edulcorata.

Se dal punto di vista del controllo delle risorse energetiche pare quindi che la posizione della Casa Bianca venga a modificarsi, per quanto riguarda la politica commerciale le ingerenze statunitensi non sembrano invece accennare a diminuire. Emblematica in questo senso è la diatriba che si sta sviluppando attorno al Canale di Panama. Snodo fondamentale nei collegamenti via mare tra gli oceani Atlantico e Pacifico, l’istmo centramericano porta con sé una storia centenaria costellata di politica, diplomazia e destabilizzazione. Avviato alla costruzione nei primi anni del secolo scorso quando lo stretto era territorio della Colombia, nel 1903 gli Stati Uniti organizzarono una sommossa popolare minacciando l’intervento dell’esercito che portò all’indipendenza del paese. Indipendenza meramente formale, se si pensa che fra trattati internazionali e interventi armati (l’invasione del 1989), il governo latinoamericano ottenne il pieno controllo sulla sua infrastruttura strategica solo con l’inizio del nuovo millennio.

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I lavori di ampliamento del Canale di Panama (Autoridad del Canal de Panamá ACP)

Con gli incrementi nel traffico marittimo e l’accresciuta stazza delle navi (le post-Panamax che non possono trasnitare per limiti dimensionali), lavori di ammodernamento si rendono tuttavia necessari per decongestionare l’arteria. E’ così che nel 2007 cominciano le opere per il raddoppio della capacità. L’appalto viene vinto dal consorzio Gupc, guidato dalla spagnola Sacyr e al quale, oltre ad un’azienda belga, partecipa anche l’italiana Impregilo. Una scommessa tutta europea. Con il progredire delle ristrutturazioni, si palesa però una problematica di non poco conto: a causa di una questione tecnica relativa all’utilizzo delle rocce di scavo -che paiono non idonee ad essere utilizzare come componente per la costruzione stessa- i costi lievitano di 1.6 miliardi, il 50% rispetto a 3.1 miliardi cui il consorzio si era aggiudicato l’appalto. Il contenzioso si protrae per mesi coinvolgendo anche le rispettive rappresentanze istituzionali da entrambe le sponde dell’Atlantico, fino alla rottura del tavolo avvenuta in questi giorni. I lavori, ormai molto avanzati e in previsione di essere chiusi entro l’anno, si sono così immediatamente fermati e senza alcuna prospettiva concreta sul loro prosieguo. Le parti si rimpallano le responsabilità, con il presidente panamense Ricardo Martinelli più favorevole ad una soluzione accomodante per le parti mentre Jorge Luis Quijano, amministratore dell’Autorità del canale, ha fatto muro facendo in definitiva saltare il tavolo. Una situazione difficile per Panama, che poggia la sua economia sui diritti di passaggio nel canale e che, in caso di interruzione, vedrebbe il raddoppio dello stesso posticipato di anni rinunciando così a dividendi miliardari aggiuntivi ogni anno.

Diviene così legittimo il dubbio, quando si parla di America centrale, che gli Stati Uniti non siano rimasti inerti. La vittoria di un consorzio non a guida nordamericana, d’altronde, aveva lasciato sorpresi non pochi osservatori, dal momento che ad uscire con un pugno di mosche in mano dalla gara d’appalto era stato un colosso come la californiana Bechtel. La sconfitta della multinazionale è avvenuta nonostante fortissime pressioni da parte dell’amministrazione Obama, come rivelano i cablogrammi di wikileaks. Uno di questi è illuminante: si suggerisce di tenere continuamente sotto controllo la situazione per verificare l’eventualità che i lavori non giungano a compimento. Come puntualmente, di fronte alla totale inerzia della diplomazia europea, rischia di verificarsi.

Filippo Burla

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