Accra, 25 ago – Non ci sono solo l’Isis, Laura Boldrini e, su scala più grande, gli Stati Uniti. La mania di prendersela con le statue non è certo qualcosa di recentissimo, almeno a giudicare dai precedenti. Ad esempio quello del Ghana, dove a far discutere non era però un qualche simbolo di un malinteso “suprematismo”, bensì una scultura di… Gandhi.

Il monumento al Mahatma, inaugurato a giugno 2016 nell’ateneo della capitale in occasione della visita del presidente indiano Pranab Mukherjee al Paese africano, aveva fatto sollevare professori e studenti. Secondo costoro, infatti, la statua rappresentava uno “schiaffo” a causa della “identità razzista di Gandhi”. Proprio così. Difficile derubricare la questione a casi isolati di follia, dato che siamo semmai nel campo della psicosi collettiva. Almeno a giudicare dalla petizione online lanciata per chiedere il suo abbattimento, che aveva raccolto migliaia di adesioni in poche ore.

Pietra dello scandalo, secondo i promotori della crociata contro la scultura dell’eroe nazionale di Nuova Delhi, sarebbero alcune lettere scritte da Gandhi mentre questi si trovava in Sud Africa. Lettere nelle quali il Mahatma, secondo le accuse, utilizzava termini denigratori nei confronti dei nativi del continente, mentre allo stesso tempo lodava la “superiorità” degli indiani. Un’opera di decontestualizzazione bella e buona, dato che le missive risalgono all’inizio del ‘900 quando ancora la decolonizzazione – sia dell’India che dell’Africa, per inciso – era ancora là da venire. Allo stesso tempo, gli epigoni di Al Baghdadi sezione area subsahariana criticavano l’assenza di statue dedicate ad eroi africani. Quali non è dato sapere, visto che alla fine il monumento è stato rimosso ma non si hanno notizie su quale destino ha avuto il piedistallo rimasto vuoto.

Nicola Mattei

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