Rischio crack. Ecco chi ricatta l’Argentina

singerBuenos Aires, 28 gen – Lo spettro del collasso economico si agita di nuovo in Argentina. Si riaffaccia l’incubo della recessione che a partire dal 1999 fece schizzare la disoccupazione al 25% e che gettò nel panico 40 milioni di cittadini, i quali dovettero attendere il 2003 e la presidenza di Néstor Kirchner per iniziare a risollevarsi. Dieci anni dopo è un’altra Kirchner, la moglie di Néstor ed ex agguerrita militante del Frente de Agrupaciones Eva Perón”, a guidare una nazione che sembra particolarmente cara agli speculatori internazionali.

Giovedì scorso il peso ha perso circa l’11% del suo valore sul dollaro, non accadeva da 12 anni quando in piena recessione economica la moneta argentina aveva perso circa il 24% su quella statunitense. Una svalutazione allarmante che, inevitabile, richiama al periodo più nero per la moneta del paese sudamericano. Ma come si è arrivati a questo punto e al rischio di un nuovo crack finanziario e chi sono i responsabili?

Uno dei più spregiudicati affaristi internazionali ad aver preso di mira Buenos Aires negli ultimi anni è Paul Singer, fondatore della Elliot Management Corporation, un hedge fund che fece capolino guarda caso anche in Grecia e attraverso cui l’affarista americano gestisce una quindicina di miliardi comprando debiti depressi e rivendendoli a prezzo maggiorato, minacciando altrimenti gli emittenti e reclamando l’intera somma. Altri esempi per arricchire il suo curriculum vitae? Nel 1996 Singer comprò a 20 milioni di dollari il debito di una banca peruviana, ricavandone poi 58. E’ sempre lui a comprare 30 milioni di debito del Congo-Brazzaville a prezzi di saldo ottenendo nel 2002 circa 100 milioni di interessi. Ma Paul Singer è anche un businessman filantropo (figura ormai stereotipata) e sensibile alle nuove battaglie progressiste per i diritti civili, basti pensare che è stato il primo finanziatore della campagna a favore dei diritti gay a New York.

Come riportato anche da Il Sole 24 ore, Singer adesso si augura che “la situazione imponga al governo argentino una serie di misure tra cui l’accordo con i creditori”. Ovvero Singer augura a se stesso di riscuotere il suo credito avendo anni fa acquistato a prezzi stracciati (182 milioni di dollari per titoli dal valore facciale di 2,3 miliardi) i bond di Buenos Aires inceneriti dal default del 2001. Il lungimirante affarista fa presente inoltre al governo argentino, che ha già rifiutato seccamente di ripianare il debito, che in realtà dovrebbe accelerare i tempi visto che il mancato pagamento è costato a Buenos Aires un debito extra tra i 70 e i 90 miliardi.


Un vero e proprio ricatto nei confronti di una nazione che evidentemente è meno decisa a chinare la testa di altre. Il ministro dell’Economia , Axel Kicillof, a tal proposito non ha usato mezzi termini dicendo chiaramente che: “il settore finanziario e alcuni settori dell’economia vogliono destabilizzare il governo e dire che il dollaro vale 13 pesos”, al contrario degli 8 del cambio ufficiale. Singer non ci sente e ha fatto causa al governo argentino presso il tribunale di New York, che gli ha dato ragione. Proprio così, avete letto bene, è tutto normale secondo le regole della finanza internazionale: il tribunale di una città degli Stati Uniti ha condannato il governo di un’altra nazione a saldare un debito con un cittadino statunitense. Anzi visto l’ammontare del debito diciamo pure a svendere il proprio patrimonio e devolverlo gentilmente ad un avvoltoio affamato.

Eugenio Palazzini

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