Edifici danneggiati e sullo sfondo un minareto. Foto scattata nel centro della città siriana di Talbisseh nella regione di Homs dopo i raid aerei dell’aviazione russa

Damasco, 2 ott – È una vera e propria alleanza internazionale quella che è venuta a trovarsi in Siria per dar man forte alle milizie di Assad. Stando a quanto riferito da Reuters, centinaia di soldati iraniani hanno fatto il loro ingresso all’interno del territorio siriano per combattere a fianco di Hezbollah e delle milizie sciite irachene contro i fantomatici “ribelli” che vorrebbero rovesciare Assad in favore di una irachizzazione politica e sociale dell’area.

La copertura aerea, assicurata dall’azione dell’aviazione russa, che proprio ieri ha iniziato a bombardare i gruppi di ribelli indipendentemente dal fatto che facciano capo allo Stato islamico o meno, sta producendo un grosso vantaggio in favore del legittimo governo siriano.

L’ultimo gruppo colpito – l’esercito libero della Siria – è stato finanziato e armato dall’Occidente e i suoi combattenti addestrati dalla Cia. Sono stati 20 i missili che hanno colpito nella provincia di Idlib la base militare di questo gruppo addestrato dai servizi segreti americani in Qatar e Arabia Saudita nel quadro del programma che Washington ha ideato con l’intenzione dichiarata di combattere l’Isis e Assad.

L’esercito libero della Siria non è un esercito (conta pochi aderenti) non è libero (dipende in tutto dall’Occidente) e non è siriano, dal momento che vi operano diversi altri attori manovrati dall’Arabia Saudita) è stato un’invenzione politico-militare, così come l’Osservatorio sui diritti umani in Siria, con sede a Londra e foraggiato dal Mi-5 britannico, è stato il suo portavoce.

Viceversa Mosca oltre a difendere i suoi interessi – la Siria rappresenta un ottimo alleato in una zona strategica del Medio Oriente e del Mediterraneo – cercherà di sfiancare l’Isis dai suoi propositi di avanzamento già fin troppo evidenti in altre zone dell’Iraq e del Nord Africa per non tacere dell’espansione progressiva in Libia.

Gli obiettivi di Mosca sono sia l’Isis, che controlla la zona ad Est di Homs, sia le bande di Al-Nusra, frazione dissidente di al-Queda, addestrate dalla Cia, come ammette il senatore McCain.

Nel frattempo i soldati iraniani giunti in Siria si sono già uniti alle truppe di Bashar al-Assad per unirsi all’offensiva che dovrebbe spingerli a riconquistare una buona parte dei territori occupati. Mentre per il secondo giorno consecutivo gli aerei dell’esercito russo hanno bombardato obiettivi sensibili dello Stato islamico.

Finora il sostegno diretto dell’Iran ad Assad era arrivato sotto forma di consulenti militari. Teheran aveva tuttavia in passato mobilitato le milizie sciite da Iraq e Afghanistan per convincerle a unire le forze con le truppe governative siriane.

La Siria diventa a tutti gli effetti un teatro di guerra caldissimo dove, tra gli altri, le due grandi potenze militari del mondo fanno le loro mosse come in una partita a scacchi. Gli Usa hanno lasciato intendere di voler usare la forza militare per proteggere i ribelli. Mosca e Washington si ritrovano così a fronteggiarsi in un vero conflitto per la prima volta dai tempi della Guerra Fredda.

Ma lo sfondo sul quale la strategia di Putin vuole inserirsi è più ampio e prevede un ruolo di primo piano di Mosca nella cogestione della governance internazionale, non riconoscendo ai soli Stati Uniti il ruolo di gendarme unico mondiale.

Ruolo, quello degli Usa, ormai in discussione per manifesta incapacità, visti i disastri prodotti nei diversi scenari internazionali. E, comunque, non più corrispondente ad un mondo unipolare. Questo, prima ancora che la sorte dei suoi uomini in Siria, preoccupa Washington.

Giuseppe Maneggio

 

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