france_affiche_lepen_2002_02emetourParigi, 1 dic – Dopo aver fatto irruzione sulla scena politica francese, non resta che capitalizzare l’effetto novità, oltre al malcontento crescente di una Francia in via di trasformazione. Il 13 febbraio 1984 Le Pen viene invitato per la prima volta alla popolare trasmissione televisiva “L’Heure de vérité”, secondo alcuni su impulso di Mitterrand, intenzionato a sottrarre voti agli avversari aprendo la concorrenza alla loro destra. La Francia scopre un politico nuovo, brillante e controcorrente. Appena dopo l’exploit televisivo, le intenzioni di voto per il Fn passano dal 3,5 al 7%. Alle Europee di quell’anno il partito ottiene il 10,95% dei voti, il che significa più di due milioni di suffragi e 10 candidati eletti. Intanto nel Front national entrano i cattolici tradizionalisti e i transfughi dell’ormai dissolto Parti des forces nouvelles. Un nuova apparizione a “L’Heure de la verité” è un altro successo, a causa dell’ironia con cui si prende di gioco di Franz-Olivier Giesbert, in un plastico scontro visivo fra intellighenzia progressista e paese reale (un’altra comparsata, nel 1993, totalizzerà il 30% di share, miglior performance di sempre della trasmissione). Le successive tornate elettorali vedono il partito consolidare il successo e distribuirlo più omogeneamente sul territorio nazionale. I partiti di destra istituzionale sono costretti a rincorrere, spiazzati dalla novità e incapaci di far fronte ai problemi posti da Le Pen. E infatti il 50% dei simpatizzanti dell’Rpr e il 38% di quelli dell’Udf dichiarano, nei primi anni ’90, di approvare le posizioni di Le Pen. A sinistra, intanto, comincia l’opera di diabolizzazione del Front

 

Nel frattempo qualcosa si muove anche dal punto di vista ideologico. Il reaganismo è finito, l’era di Bush senior sembra rilanciare una più invasiva presenza americana nel mondo. Il liberalismo lepenista comincia a cedere il passo a una denuncia più precisa del nemico mondialista. Nel 1990 il leader frontista si reca in Iraq dove incontra Saddam Hussein alla testa di una delegazione europea di cui fa parte anche Gianfranco Fini. Nel 1996 ripeterà la visita. Negli anni ’90 Le Pen incontra anche Radovan Karadzic. Nel 1991, alla prima Guerra del Golfo, si schiera decisamente contro il conflitto, mentre negli anni a venire si impegnerà in azioni di solidarietà in favore della popolazione del nuovo “stato canaglia”.

Saddam-Le-Pen

I risultati elettorali, comunque, arrivano senza sosta e testimoniano l’esistenza di un elettorato frontista che vota il partito sistematicamente e non solo “per protesta”:

presidenziali 1988: 14,38%;

politiche 1988: 9,66%;

europee 1989: 11,73%;

politiche 1993: 12,42%;

europee 1994: 10,52%;

presidenziali 1995: 15%

politiche 1997: 14,94%.

 

Bruno Mégret
Bruno Mégret

Il successo aumenta però le aspirazioni degli altri esponenti del partito e così sul Fn si abbatte una tegola potenzialmente fatale. La scissione del 1998 viene incubata dalla metà degli anni ’90. Bruno Mégret era stato lanciato dallo stesso Le Pen per bilanciare l’ascesa di Jean-Pierre Stirbois, che era il segretario del Front national. Era stato così creato il posto di delegato generale, assegnato a Mégret, per creare una sorta di diarchia al di sotto dell’unico leader. La morte di Stirbois in un incidente d’auto, tuttavia, ha lasciato campo libero a Mégret, di fatto diventato il numero due del partito. Ambizioso, colto ma non carismatico, Mégret si costruisce un potere enorme, non tanto fra la base – che continua ad adorare il vecchio leader – quanto fra i quadri del partito. La provenienza dalla Nouvelle Droite e dal Club de l’Horologe si fa sentire: nell’89, Mégret crea il Consiglio scientifico del Front national reclutando una trentina di docenti universitari e ricercatori. È lui a curare la formazione dei militanti e dei dirigenti, cosa che gli serve anche da meccanismo di reclutamento per la sua corrente interna. La coabitazione con Le Pen è sempre più difficile. L’ex delfino designato punta sui soliti temi del politico rampante: ringiovanimento, trasparenza, modernizzazione. In filigrana c’è anche un’operazione di banalizzazione del messaggio e di future alleanze con la destra moderata.

La scissione avviene nel dicembre del 1998. Mégret fonda il Mouvement national républicain, portandosi dietro il 50 % degli eletti del Front national e il 40 % dei segretari dipartimentali. Con Mégret vanno anche gli esponenti ex frontisti che vengono dalla Nuova Destra, come Le Gallou e Vial. Il nuovo movimento ha il vento in poppa e ha dalla sua molti dei media e degli analisti. Nel 1999, il politologo Pierre-André Taguieff scrive: “Il partito di Mégret ha l’avvenire davanti, mentre quello di Le Pen no, perché non esiste al di fuori della personalità del suo carismatico fondatore”. Alle europee dello stesso anno, il Mnr prende il 3,7%. Il Fn subisce un brusco calo, ma si attesta comunque sul 5,28%, resiste e sopravvive. Bruno Mégret oggi ha lasciato la politica.

Il Fn, invece, pian piano si rialza e guarda avanti. Alle presidenziali del 2002, come accade ormai da anni, Le Pen decide di presentarsi in prima persona. L’inizio è difficile, per un momento sembra quasi che il leader frontista non riesca neanche a espletare le procedure burocratiche per presentarsi. Dalle urne, però, esce una vera e propria rivoluzione: Le Pen conquista il 16.86% dei voti e va al ballottaggio contro Jacques Chirac (19,88%). Per Lionel Jospin, che è riuscito a tenere la sinistra fuori dal secondo turno (16,18%), è semplicemente la morte politica. In Francia per la prima volta era stata tolta la proibizione di diffondere i sondaggi alla vigilia dello scrutinio, eppure nessuno aveva previsto, neanche da lontano, quel che sarebbe avvenuto. Contro il Front national si coalizza un vero e proprio arco costituzionale. La sinistra di ogni grado chiede di andare a votare per Chirac turandosi il naso. Alcuni elettori di sinistra lo fanno platealmente con una molletta sulle narici mentre sindaci comunisti organizzano pubblici lavacri simbolici in cui realmente detergono le mani di chi, per estremo gesto antifascista, è stato costretto a votare Chirac. Il quale, alla fine, trionfa con l’82,21%, maggior risultato dell’intera storia francese dopo aver conquistato al primo turno il primato opposto: mai un presidente in carica aveva preso così poco dopo sette anni all’Eliseo.

Il terremoto, comunque, è stato forte e chiaro. Chirac e Jospin, rispetto al 1995, hanno perso ciascuno due milioni e mezzo di voti. Le Pen ne ha raccoltichirac quasi cinque, espugnando al primo turno 35 collegi. Il crollo della sinistra vede nel frattempo la fiamma tricolore dilagare fra l’elettorato popolare. Nel 1984 il Fn raccoglieva l’8% del voto operaio. Nel 1988 era già il 19%, nel 1994 il 21%, nel 1995 il 30%. Alle presidenziali del 2002, il 24% degli operai ha scelto Le Pen, il 16% Chirac, l’11% Jospin. Non solo: il 33% dei senza lavoro ha scelto il Front, doppiando lo score di Jospin (16%) e travolgendo Chirac (18%). Jean-Marie Le Pen può tranquillamente affermare di guidare il primo partito operaio d’Europa. (Continua…)

Adriano Scianca

 

I primi tre capitoli sono leggibili qui, qui e qui.

 

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