mali-fighting.jpeg3-1280x960Parigi, 15 nov – Continuano a pieno ritmo le operazioni militari francesi in Mali: ieri mattina l’ammiraglio Edouard Guillaoud ha annunciato di aver “neutralizzato” un gruppo di miliziani appartenenti ad Al Qaeda, senza specificare se siano stati catturati o uccisi. Qualche dubbio aleggia anche sull’effettiva natura dei guerriglieri, considerando che il conflitto si è svolto nel nord del Paese, al confine con l’Algeria, zona presidiata da tribù Tuareg. Un particolare non secondario per almeno due motivi: il primo riguarda l’area primaria di intervento francese, localizzata tra la capitale Bamako e Sevarè, ben lontano quindi dalla zona montuosa dell’Adrar des Ifoghas, il secondo riguarda l’accostamento piuttosto forzato tra i gruppi indipendentisti berberi e i fondamentalisti islamici.

In questo contesto si può trovare la chiave di lettura delle azioni militari francesi in nord Africa con l’avallo della Nato, partendo dalle forti pressioni sulla comunità internazionale per accelerare l’intervento prima in Libia e poi in Mali. Usa e Francia, infatti, non hanno visto di buon occhio l’accordo siglato nel 2009 tra la Malibya Agricolture e il governo maliano, riguardante l’affitto di 100mila ettari di terreno per 50 anni, con un’opzione a rinnovare l’accordo fino a 99. I terreni in questione avrebbero garantito ai libici rifornimenti di riso sufficienti a sfamare l’intera popolazione, grazie anche all’intesa tra Gheddafi e la Cina, impegnata nella realizzazione di un canale che permette di deviare parte delle acque del Niger per irrigare le risaie.

Il rovesciamento di Gheddafi, seguito a un anno di distanza dall’intervento in Mali accolto con soddisfazione dalla giunta militare del presidente ad interim Dioncounda Traorè, non ha annullato l’accordo con la Malibya, ma di fatto ha estromesso la Cina, e in parte la stessa Libia, dall’utilizzo dei terreni, a favore di una gestione “commissariata” dai transalpini. Il nuovo assetto, pur non producendo vantaggi effettivi per la popolazione locale, non è minacciato dalla maggioranza sub sahariana che abita il fertile sud est, ma è fortemente inviso alle tribù berbere in lotta per l’indipendenza. Un conflitto che, attraverso il filtro dell’informazione mainstream, viene presentato in occidente come l’ennesimo intervento di liberazione contro lo spettro del fondamentalismo islamico.

Francesco Pezzuto

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam. Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

dodici − sei =