Washington, 6 dic – Come sosteneva acutamente Indro Montanelli Israele, fin dalla sua fondazione, non è mai stato “un” problema di politica internazionale ma “il” problema. Estendendo questo concetto si può tranquillamente sostenere che Gerusalemme è sempre stato  il problema del problema.

La inspiegabile decisione di Donald Trump di annunciare il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv (dove si trovano tutte le rappresentanze diplomatiche del mondo) a Gerusalemme (ovest) non sembra avvicinare nessuna soluzione al detto problema. Anzi. Stupisce anche il momento nel quale arriva l’annuncio, visto che il Medio Oriente è più in ebollizione che mai: Arabia Saudita e Iran sono sul piede di guerra, lo Yemen distrutto, la Siria esausta, l’Iraq instabile,  il Libano ad un passo da una nuova guerra civile, l’Egitto flagellato dal terrorismo. All’elenco mancava solo la ri-esplosione del conflitto israelo-palestinese. Bene, ci hanno pensano alla Casa Bianca. Sfugge, anche agli osservatori più attenti, la logica della scelta e la razionalità del momento.

Un mondo musulmano così diviso non c’era mai stato. Tutti sono contro tutti a partire dalla spaccatura sciti e sunniti. Solo su una cosa da Riad a Teheran passando per Ankara e il Cairo la vedono allo stesso modo. Su Gerusalemme. La terza città santa dell’Islam. Forse con qualche trattativa segreta Trump avrà avuto il via libera dall’Arabia Saudita oggi alleata di fatto di Israele ma è difficile pensare che il Paese che gestisce gli altri due luoghi santi del mondo musulmano come la Mecca e Medina possa far finta di niente su una Gerusalemme unicamente ebraica.

L’altro elemento che sfugge, ed è il più inquietante, è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno deciso questo passo. Per meglio dire non si capisce il vantaggio che tale decisione possa dare a Washington con gli americani sempre più invisi alle masse musulmane, con l’esposizione di cittadini e rappresentanze diplomatiche statunitensi della regione al rischio terrorismo, mettendosi definitivamente ai margini come attore credibile nella regione. Per essere ancora più precisi il sovranista Trump dovrebbe rispondere a questa domanda: è questa decisione nel diretto interesse degli americani? Una domanda chiave al quale la Casa Bianca non darà risposta.

Perché se non arrivasse una valida motivazione dovremmo prendere atto di un Presidente anti- establishment ormai totalmente “normalizzato” ormai alla mercè delle  lobby di turno ad iniziare da quella più famosa il cui operato da un punto di vista storico è ben spiegato nel saggio pubblicato qualche anno fa da Mondadori dal titolo “La Israel lobby e la politica estera americana”. Nel saggio documentatissimo firmato da due storici statunitensi come John Mearsheimer e Stephan Walt che spiegano come gli interventi in Medio Oriente degli americani abbiamo spesso, per non dire sempre, ottenuto effetti contrari agli interessi statunitensi. Sembra francamente anche il caso dello spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme.

A questo punto al “sovranista” Trump non resta che cambiare il suo slogan da “American first” a “Israel first” con buona pace delle conseguenze storiche, politiche , religiose e forse anche escatologiche che avrà questa scelta.

 

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3 Commenti

  1. … che gli USA ( cosi per l’Inghilterra )siano una dependance sionista-massonica è cosa vecchia…i simboli ebraici/massoni,made usa sno riprodotti in tutti i monumenti più importanti ( fate una rricerca su questa ”curiosità”; ne rimarrete esterrefatti )..
    Trump si è ”aggiustato” sulla sedia presidenziale….

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