Roma, 17 lug – Secondo il “Corriere della Sera” è un francese. Per “La Stampa” è un tunisino. “Libero” taglia corto e lo definisce franco-tunisino. Quel che conta è che tutti parlano della stessa persona e che definirlo semplicemente “francese”, come suggerirebbe il suo passaporto, sembra a tutti poco credibile. Si tratta, infatti, di Jalauddin Al Tunisi, 35enne a quanto pare ben “quotato” come successore di Abu Bakr Al Baghdadi, capo dell’Isis ucciso da un raid aereo russo. Una figura in carne ed ossa che, curiosamente, alludendo probabilmente ai retroscena dietro i quali spesso sono rimasti nascosti i rapporti tra Usa e “fondamentalisti”, qualcuno aveva già fornito di una provocatoria pagina su Wikipedia – prontamente cancellata – che spiegava: “E’ il nome in codice dato dalla CIA a una figura di fantasia che deve occupare l’immaginario collettivo come nuovo capo dell’Isis”.

Secondo uno strano ma reiterato meccanismo mediatico, proprio lui è ormai indicato da molti come il nuovo capo dell’Isis. L’unica fonte disponibile finora, però, è l’emittente araba Al Arabiya, che in un articolo fornisce poche e vaghe informazioni sul personaggio e spiega che, “probabilmente”, sarà lui il nuovo numero uno dell’organizzazione terrorista. Niente di certo e niente di ufficiale, dunque, ma si sa che certe notizie non trapelano né vengono fuori per caso, essendo quasi sempre indirizzate: resta solo da capire da chi e perché. Di certo, se confermata, la notizia renderebbe più facile un intervento in Libia. E di sicuro metterebbe l’Italia al centro dello scenario con la prospettiva di un nuovo califfato proprio al di là del Canale di Sicilia, per di più alla luce dell’attualissima emergenza sbarchi e dell’incredibile ed opaco flusso migratorio proveniente proprio dalla Libia, avallato dalla sinistra con la scusa delle motivazioni umanitarie.

Protagonista della nuova stagione dell’Isis, infatti, sarebbe in questo caso un foreign fighter – altro elemento di interesse e riflessione – che attualmente è a capo di diverse migliaia di militanti proprio nella terra che fu governata da Gheddafi, a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste. Nato nel 1982 a Msaken, in Tunisia, Mohammed Ben Salem El Ayouni (questo il suo vero nome), avendo vissuto in Francia dagli anni Novanta per diversi anni, ne ha infatti acquisito la cittadinanza, divenendo dunque “europeo” a tutti gli effetti, almeno sulla carta. Base operativa attualmente in Libia, sarebbe tornato nel suo paese natale per partecipare alle rivolte del 2011 e poi per combattere nella Brigata dei Ghourabaa (migranti), uccidendone nel 2014 il capo per prenderne il posto (secondo quanto riporta il Corriere) e giurare fedeltà all’Isis. Dopo l’esperienza in Siria, ritenuto uno dei preferiti di Al Baghdadi ed uno dei più capaci militarmente, sarebbe stato inviato a Sirte e fatto emiro della relativa provincia. Secondo la tv saudita, dopo la perdita di Mosul, lui sarebbe il capo più autorevole rimasto sul campo e, al tempo stesso, capace di spostare il fronte della lotta fondamentalista in un paese con uno Stato praticamente assente, popolato da tribù e forze ribelli divise come lo erano in Siria.

Emmanuel Raffaele

Commenti

commenti

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

otto − quattro =