Hamas_soldiersRoma, 17 dic – Il Tribunale dell’Unione europea ha annullato l’iscrizione di Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroriste. La causa della cancellazione, che non elimina al momento gli effetti dell’iscrizione al fine di garantire il congelamento dei beni, sarebbe da ricercarsi in presunti motivi procedurali.

Secondo i giudici del Tribunale l’iscrizione di Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche non si basava su prove e fatti concreti legati alle azioni del movimento, ma su accuse tratte dai mezzi d’informazione e da internet.

Ennesima prova di scarsa credibilità dunque, quella fornita dall’Europa in un contesto di totale vulnerabilità della compagine internazionale, rappresentata da un “occidente democratico” stanco, affannato e strategicamente barcollante.

Come a voler mantenere aperto un canale di riscatto sulle posizioni assunte in precedenza, Lussemburgo desidera comunque sottolineare che la decisione non implica attualmente una presa di posizione chiara sulla natura di Hamas. Eppure, come già precedentemente esposto in un articolo de Il Primato Nazionale oltre alla mancanza di prove concrete, non sono mai davvero esistiti i presupposti giuridici per considerare Hamas un’organizzazione terroristica, considerando che la sua stessa natura di movimento democraticamente eletto – esercitante in modo effettivo la propria giurisdizione su territorio nazionale – non può essere inquadrata per definizione nella compagine delle organizzazioni terroristiche. Hamas non poteva essere considerata l’emanazione di una struttura terroristica nella misura stessa in cui il diritto internazionale considera atti terroristici quelli perpetrati da gruppi che non agiscono quali organi di uno Stato determinato.

Sarebbe stata la stessa Hamas – che mostra una certa soddisfazione per il risultato attualmente ottenuto – a dare mostra di attitudini democratiche superiori a quelle asserite dall’Ue, ricorrendo in appello contro la decisione del Consiglio di includerla nella lista nera europea. Il Consiglio europeo ha adesso tre mesi per prendere una decisione sul congelamento dei fondi e due mesi per ricorrere in appello contro la decisione.

Indipendentemente dall’iter giuridico-burocratico, resta la vivida conferma delle menomazioni intrinseche di cui il megalitico apparato europeo soffre e la rinnovata consapevolezza della necessità di ripensare a un diritto europeo e internazionale che non sia frutto di decisioni su cui grava il peso di un’assoluta parzialità politica ed economica, ma che rispetti la sovranità internazionale degli stati. L’autocelebrazione, che l’Unione europea compie costantemente in merito all’impegno nella lotta contro la violazione dei diritti umani e a favore del rispetto degli altri, cela piuttosto una condizione egregiamente espressa nel concetto hobbesiano di relazioni internazionali in cui la comunità internazionale – lungi dall’essere un amalgama di pacifica e amorevole collaborazione – sarebbe “in una situazione di continua rivalità e nella postura propria dei gladiatori, le armi puntate e gli occhi fissi gli uni sugli altri” in quello che può essere piuttosto assimilabile, al di là delle contemporanee finzioni politicamente corrette, a un atteggiamento di guerra.

Melania Fiori

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