unesco palestinaRoma, 9 nov – Terremoto annunciato all’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, meglio nota come Unesco. Usa e Israele perdono infatti il loro diritto di voto all’interno dell’organizzazione fondata dalle Nazioni Unite.

La decisione, annunciata dal presidente Irina Bokova, segue al congelamento dei fondi stanziati dai due paesi in seguito all’ingresso della Palestina nell’ottobre 2011.

A sfilarsi erano stati per primi gli Usa, in pratica obbligati da una legge varata dal Congresso negli anni novanta, che imponeva «il blocco dei contributi a ogni agenzia Onu che avesse accettato i Palestinesi come membri a pieno titolo». Una norma che l’amministrazione Obama pare abbia tentato invano di cambiare, anche per il timore di dover rinunciare alla presenza all’interno di altri importanti organismi internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Intorno ai sessanta milioni di dollari, il 22% del budget totale, il contributo Usa venuto meno all’organizzazione. Due milioni soltanto, invece, la cifra sottratta dai mancati versamenti da parte di Israele, che aveva definito l’entrata della Palestina addirittura «una tragedia».

A votare per la Palestina ben 107 Paesi membri; soltanto 14 i voti contrari, ben 52 gli astenuti, tra cui l’Italia, in mancanza di una posizione unitaria dell’Europa.

Tra i si quelli di Francia, Cina e India.

Inevitabili le conseguenze dell’esclusione degli Usa – che soltanto nel 2003 erano tornati a far parte dell’Unesco dopo ben 18 anni – sul bilancio e sui programmi dell’organizzazione, ma il presidente Bokova ha commentato inflessibile: «sono le regole».

Considerate la svolta iraniana, portata avanti nonostante gli sgambetti di Israele, resta soltanto da sperare che volga al termine anche l’atteggiamento di cecità politica che negli ultimi decenni ha totalmente piegato la politica estera statunitense ai dettami del piccolo stato mediorientale, a discapito degli interessi della pace mondiale ed agli stessi interessi Usa, sempre più deboli economicamente e prigionieri di logiche politiche ormai marginali.

Emmanuel Raffaele

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