A Minsk la nuova Yalta: il giorno più lungo del conflitto ucraino

FM11022015-minsk-figura_1Minsk, 11 feb – Il giorno più lungo del conflitto ucraino è arrivato. Oggi a Minsk si decide un pezzo dell’ordine mondiale, in un vertice che – a meno di sorprese dell’ultimo minuto – vedrà impegnati i presidenti russo Vladimir Putin, quello ucraino Petro Poroshenko, la cancelliera tedesca Angela Merkel, la grande protagonista di questo tentativo in extremis, e il presidente francese Francois Hollande.

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Conferenza di Yalta, 11 febbraio 1045, da sinistra Churchill, Roosvelt, Stalin

Un giorno che la storia ha voluto capricciosamente collocare a 70 anni esatti dalla fine della Conferenza di Yalta: correva l’11 febbraio 1945. Per la cronaca, Yalta si trova in Crimea, la regione appartenuta all’Ucraina dal 17 giugno 1957, quando il presidente sovietico Kruscev la donò alla repubblica sorella, al marzo 2014 quando un contestato referendum popolare ne decise a stragrande maggioranza l’annessione alla Russia, poi ratificata il 20 marzo dello stesso anno. Le ricorrenze, insomma, si sprecano.


Per tornare all’attualità, dopo l’incontro del 6 febbraio a Mosca tra i leader tedesco e francese e il presidente russo, la conferenza sulla sicurezza di Monaco e l’ultimo incontro a Washington sempre della Merkel con il presidente americano Barack Obama, tenuto appena due giorni fa, il colpo di scena delle ultime ore precedenti lo storico vertice nella capitale bielorussa è venuto proprio da Obama, che ieri ha preso l’iniziativa – non è chiaro se e quanto concordata con i negoziatori europei – di chiamare direttamente Putin. Per quanto è dato sapere, nella telefonata i due presidenti hanno discusso delle violenze e della presunta presenza e delle azioni delle forze russe nelle regioni orientali ucraine, che secondo gli Usa sarebbero all’origine della crisi iniziata ormai quasi un anno fa.

Il presidente Obama ha ribadito il sostegno degli Usa all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina. Obama, riferisce la Casa Bianca, ha anche espresso la sua preoccupazione per l’escalation della violenza nell’Ucraina orientale e, soprattutto, per il sostegno che le truppe russe stanno ancora dando ai separatisti.

In precedenza Obama aveva invece chiamato il presidente ucraino, Petro Poroshenko. Obama ha anche esortato Putin a cogliere l’occasione dei colloqui di oggi a Minsk con il suo omologo ucraino, Hollande e Merkel, avvertendolo esplicitamente che se la Russia continuerà con le sue azioni aggressive in Ucraina, “incluso l’invio di truppe, di armi e il finanziamento a sostegno dei separatisti, i costi per la Russia saliranno ancora“.

Apparentemente, un tono tutt’altro che conciliante, ma non è chiaro se si tratti di una mera apparenza volta a mascherare il sorpasso diplomatico da parte dell’Europa, oppure del genuino tentativo di portare lo zar Vladimir su posizioni più concilianti e accettabili dal suo omologo ucraino, quel Poroshenko che si trova nella poco invidiabile posizione di dover rispondere da un lato all’alleato e sostenitore d’oltre oceano, dall’altro a una crescente opposizione radicale interna che vede nel primo ministro Yatseniuk e nel segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale Turchinov i maggiori candidati alla defenestrazione di Poroshenko nel caso di eccessive concessioni alla Russia e ai separatisti del Donbass. O infine, se la speranza segreta del presidente Usa sia quella di assistere al fallimento dei negoziati.

Mentre il gruppo di contatto formato dai rappresentanti del governo ucraino, dei separatisti filo-russi, della Russia stessa, dell’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e dell’Unione europea hanno lavorato febbrilmente in queste ore per definire la piattaforma dell’eventuale accordo, il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier si mostrava molto cauto: “Vi sono ancora molte questioni aperte da risolvere prima dell’inizio del vertice“, ha spiegato il capo della diplomazia tedesca.

Il presidente francese ha annunciato che andrà a Minsk con una forte volontà di trovare un accordo mentre Berlino ha lanciato un appello alle due parti, chiedendo di prepararsi a scendere a compromessi. I colloqui si concentreranno sulla delimitazione della zona cuscinetto demilitarizzata tra le forze di Kiev e quelle separatiste e l’avvio di contatti diretti tra il governo ucraino e le autorità delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk. Fonti diplomatiche europee riferiscono che la Russia vuole che sia l’Osce, che ha già 400 osservatori nel paese, a sovrintendere alla creazione della zona demilitarizzata.

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Situazione sul campo del conflitto in Ucraina: 20 settembre 2014 (alto) e 7-9 febbraio 2015 (basso) – notare la distanza di Kramatorsk dal confine della zona controllata dai separatisti

Si prevede battaglia sui confini sui quali “congelare” la situazione: sul campo, dai primi accordi Minsk del 19 settembre scorso a oggi, le forze separatiste hanno conquistato almeno un altro migliaio di km quadri, come evidente nei quadri a fianco. Chi abbasserà lo sguardo per primo?

Dal summit, comunque, la comunità internazionale si aspetta una nuova tregua, che gli sherpa sembrano aver concordato. Altrimenti potrebbero aprirsi scenari tutt’altro che tranquillizzanti: nuove sanzioni a Mosca e fornitura di armi difensive da parte degli Usa a Kiev. Una ipotesi, quest’ultima che non è tramontata, nonostante il “no” dell’Ue, dopo l’incontro di lunedì tra Obama e Merkel. Anzi, anche la Gran Bretagna ha fatto sapere di essere contraria, ma di riservarsi il diritto di rivedere la sua decisione. Barack Obama attende l’esito del negoziato per decidere se inviare “armi letali“.

Nuove sanzioni e l’invio di armi “destabilizzeranno ulteriormente la situazione“, ha fatto sapere il Cremlino, mentre per il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev, l’inizio della fornitura di armi sarà un’ulteriore conferma che Washington è direttamente coinvolta nel conflitto in Ucraina.

L’Europa vuole, comunque, mostrarsi ottimista: “Mi auguro che la Russia sia consapevole del fatto che questi negoziati debbano portare a risultati concreti: il risultato dipende dalla Russia“, ha sottolineato il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, in vista del vertice di Minsk di domani per tentare una soluzione della crisi Ucraina. “Le soluzioni possibili sono tante – ha aggiunto – come il modello italiano del Sudtirolo perché nell’Europa di oggi è necessario avere degli stati sovrani con, nei loro confini, regioni con lingue e culture differenti”.

Il vertice di oggi fra i leader di Francia, Germania, Russia e Ucraina, “è un’opportunità, non una certezza, che non può essere perduta“, ha ribadito il capo della diplomazia europea – capo presunto, dato il ruolo quanto meno evanescente tenuto in questa delicatissima vicenda in cui, detto con franchezza e gergo calcistico, non ha toccato palla – Federica Mogherini, facendo il punto della situazione in Ucraina al parlamento europeo in sessione plenaria a Strasburgo. “È la sola strada per cominciare a trovare una via di uscita alla crisi, che sta peggiorando in modo pericoloso. In gioco – ha detto – c’è la stabilità del continente“. Da segnalare anche l’inattesa e dura posizione presa dall’ex primo ministro Mario Monti il quale ha dichiarato di credere che “gli Stati Uniti non sempre comprendono che l’Europa ha i propri problemi, e che [l’Europa] non può essere vista soltanto come uno strumento degli interessi globali degli Stati Uniti“. Una presa di distanza che, espressa da questo personaggio, come minimo invita alla riflessione.  

Infine, per il presidente ucraino il summit “è una delle ultima opportunità di dichiarare il cessate il fuoco incondizionato e di (ottenere) il ritiro dell’artiglieria pesante” dalle regioni orientali e separatiste.

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Razzo inesploso, sparato dai separatisti su Kramatorsk, controllata dalle forze ucraine

Artiglieria che, però, nelle ultime ore non ha smesso di sparare. Oltre ai soliti bombardamenti su Donetsk, attribuiti alle forze regolari, ieri si è registrata una inedita offensiva dei ribelli filo-russi contro Kramatorsk, città saldamente nelle mani dell’esercito ucraino e distante circa 70 km dai confini della regione controllata dai separatisti. Nell’attacco, condotto con il lancio di una trentina di razzi Tornado,  di fabbricazione russa, sono rimasti uccise almeno 15 persone e 63 sono rimaste ferite, tra cui 5 bambini. Poroshenko in persona ha denunciato l’attacco dei separatisti al quartier generale dell’esercito e una vicina area residenziale, mentre i ribelli hanno negato di aver sferrato un attacco su Kramatorsk.

Che in ogni caso gli armamenti in dotazione alle milizie filo-russe siano in rapida crescita quantitativa e qualitativa lo dimostra, oltre a questo ultimo attacco a lunga distanza, la disponibilità di una sia pur minima forza aerea e di sistemi di contraerea che di fatto da alcuni mesi impediscono il sorvolo del Donbass da parte dell’aviazione militare ucraina.

Francesco Meneguzzo

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