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I 17 “obiettivi globali” dell’Agenda 2030 lanciata dalle Nazioni Unite e sponsorizzata dalle elite mondiali

New York, 30 set – Due giorni prima dell’inizio dei lavori della 70esima Assemblea generale dell’Onu, l’organizzazione guidata da Ban-Ki-Moon rilasciava la cosiddetta “Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, liberamente accessibile dal pubblico sul sito ufficiale delle Nazioni Unite – dal quale è possibile scaricare l’Agenda in originale – e su altri siti apparentemente non ufficiali ma di altissima qualità. In uno di questi ultimi, redatto anche in lingua italiana, si legge: “Il 25 settembre 2015, 193 leader mondiali hanno sottoscritto 17 obiettivi globali per raggiungere 3 traguardi fondamentali tra oggi e l’anno 2030. Porre fine alla povertà estrema. Combattere la disuguaglianza e l’ingiustizia. Porre rimedio al cambiamento climatico. Gli obiettivi globali per lo sviluppo sostenibile possono portare risultati positivi. In tutti i paesi. Per tutte le persone”.

Messo così, chi potrebbe opporsi a un tale programma e in particolare ai suoi tre obiettivi-chiave?

Come apertamente dichiarato dai presentatori all’Onu, si tratta di una vera e propria “nuova agenda universale” per l’umanità, buona per ogni Nazione – e infatti i rappresentanti di tutti i 193 paesi dotato di seggio al Palazzo di vetro l’hanno sottoscritta entusiasticamente. Ragion per cui, chiunque di noi vi parteciperà, volente o nolente.

Alcune delle più grandi star mondiali sono state reclutate per promuovere gli obiettivi globali – vedasi il video sottostante – nonché un enorme evento è stato organizzato la sera del 26 settembre nel Central Park di New York, il “Global Citizen Festival” – letteralmente “Festival del cittadino globale” – sponsorizzato dal movimento contro la povertà di Bill Gates e Bono Vox, con esibizione di artisti del calibro di Pearl Jam, Beyoncé, Ed Sheeran e Coldplay. Quasi la manifestazione estatica di un culto religioso.

Se i nomi hanno un significato, “cittadino globale” dovrebbe già suscitare almeno un piccolo allarme in chi crede ancora che “Nazione” abbia un significato concreto. Del resto, è stato lo stesso Matteo Renzi, intervenendo dal palco di Central Park, a dichiarare che “nessuno ha più dubbi sui di noi e possiamo portare la nostra voce sulla grande questione degli immigrati e dei rifugiati sulla quale l’Italia è un punto di riferimento”. Questa è l’Italia di Renzi: punta di diamante del piano di invasione.

Del resto, lo stesso Papa Francesco ha concesso la sua benedizione alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso rivolto pochi giorni fa proprio agli imminenti lavori dell’assemblea generale dell’Onu, definendola “un importante segno di speranza” in tempi molto travagliati per il Medio Oriente e l’Africa.

Al di là degli effimeri scontri tra le grandi potenze, che hanno lasciato le cose esattamente dove stavano e certificato la nullità diplomatica dell’Europa, l’argomento centrale della tre giorni delle Nazioni Unite è stata proprio la realizzazione concreta degli obiettivi, il cui costo atteso sarà fino a cinquemila miliardi di dollari ogni anno fino al 2030, una somma tanto immensa da essere perfino difficile da immaginare.

In ogni caso, da dove dovrebbe arrivare un simile investimento? Non certo dai paesi poveri, per cui la scelta si restringe pericolosamente.

Il problema è che, semplicemente, non sono più disponibili le risorse fisiche e materiali per l’ulteriore crescita del mondo sviluppato, come anche ai più scettici dovrebbero aver dimostrato gli inutili, per quanto giganteschi, sforzi delle maggiori banche centrali, dalla Fed americana alle banche centrali giapponese, europea e cinese, le quali,  dalla crisi del 2008 a oggi, hanno immesso non meno di cinquantamila miliardi di dollari creati dal niente nel sistema finanziario globale, col solo risultato di creare gigantesche bolle speculative – che stanno implodendo una dopo l’altra – senza alcun riflesso positivo sull’economia reale, se non un trasferimento di ricchezza verso le élite finanziarie e uno spaventoso indebitamento delle popolazioni del mondo sviluppato.

Qualcuno dovrebbe quindi spiegare come sarà possibile “terminare la povertà in tutte le sue forme ovunque” (obiettivo 1), oppure “terminare la fame e conquistare la sicurezza alimentare” (obiettivo 2) o ancora “assicurare l’accesso a energia economica, affidabile, sostenibile” (obiettivo 7) nonché “promuovere la crescita economica sostenuta, inclusiva e sostenibile, pieno impiego e lavoro decente per tutti” (obiettivo 8) e infine “assicurare che i consumi e le strutture produttive siano sostenibili” (obiettivo 12), senza tagliare di netto la ricchezza dei paesi sviluppati oppure – soluzione che a quanto pare è già in corso – sostituire i popoli occidentali con masse sterminate di finti rifugiati. Certamente, un modo piuttosto economico per livellare verso il basso la ricchezza delle popolazioni.

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Logo della campagna a sostegno dell’Agenda 2030 dell’Onu

Con il corollario di garantire che gli straordinari risultati ottenuti grazie all’omogeneità culturale e valoriale delle popolazioni europee non saranno più conseguibili per tempi indefiniti.

Il sacrificio imposto alle Nazioni e ai popoli che in questi secoli hanno saputo trasformare la propria vita in qualcosa di piacevole e sufficientemente sicuro è talmente immenso che – qualora l’Agenda dell’Onu fosse pienamente o anche in parte realizzata – non resterà più niente di quanto oggi conosciamo.

Un discorso a parte merita l’obiettivo 13 “prendere azioni urgenti per combattere il cambiamento climatico e i suoi impatti“. In questo caso, lo scopo appare duplice.

Da un lato, il mercato dei crediti di carbonio è fonte di immensi proventi per le grandi banche d’affari che lo gestiscono, come per esempio Goldman Sachs, tanto che – sia o meno il cambiamento climatico una realtà oggettiva  – quello che appare sempre più certo è che le élite mondiali lo stanno già utilizzando per arricchirsi ulteriormente. Una prova eclatante potrebbe essere la defenestrazione, in Australia, dell’ormai ex primo ministro Tony Abbott, sostituito ad appena due anni dal proprio insediamento da Malcolm Turnbull, già direttore di Goldman Sachs Australia. Di cosa si sarebbe reso colpevole Tony Abbott? Tra l’altro, di aver lanciato un’indagine sul servizio meteo-climatologico australiano (BoM) reo, a suo dire, di aver falsificato i dati sulle temperature, e accusandolo apertamente di aver “volontariamente ignorato le evidenze che contraddicevano la sua stessa propaganda”.

Dall’altro, non esiste un pretesto più efficace di questo per promuovere un controllo globale sia sull’industria e l’energia sia sulle migrazioni delle popolazioni presuntamente affette da cambiamenti climatici.

Francesco Meneguzzo

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