Roma, 6 dic – Ancora non è partita ufficialmente la campagna elettorale che abbiamo già il primo grande escluso: Angelino Alfano ha deciso di non ricandidarsi.

L’annuncio è stato fatto durante la registrazione della puntata di Porta a Porta che andrà in onda stasera: “Ritengo – ha spiegato Alfano – che ci siano momenti in cui servono gesti, e io voglio compiere un gesto per dimostrare che tutto quello che io, e i tanti amici che mi hanno seguito in questi anni, abbiamo fatto, è stato solo dettato da una sincera e fortissima convinzione a favore dell’Italia”. Ad esempio il varo dell’operazione Mare Nostrum, suo parto quando era ministro degli Interni e che ha spalancato le porte dell’Italia all’afflusso in massa di clandestini, dando il via fra le altre cose ai business dell’accoglienza e del traffico di esseri umani?

“Hanno influito in me anche gli attacchi che io sono convinto siano stati ingiusti”, tanto che “dal 5 marzo, se si voterà il 4 marzo perché la data la stabilisce il presidente della Repubblica, non sarò né ministro né deputato” ha aggiunto, ribattendo così a chi lo ha accusato di puntare sempre alla poltrona. Accuse in effetti poco solide, visto che dal 2008 ha collezionato incarichi da transfugo in svariate maggioranze diverse fra loro e sotto ben quattro presidenti del consiglio.

Al netto della retorica, le ragioni potrebbero essere decisamente meno profonde. A lasciarlo trasparire lo stesso Alfano: “Ho sempre detto – ha aggiunto – che se non ci fossimo stati noi a portare sulle nostre gracili spalle di un partito del 4,4% alle europee, la settima potenza del mondo non avrebbe conosciuto la crescita e saremmo ancora in recessione. E tutto sarebbe andato il peggio possibile. Oggi è il momento di dirlo con un gesto e di dirlo con grande chiarezza”. Ecco, in quel numero sta probabilmente tutta la decisione dell’attuale ministro degli Esteri: i più recenti sondaggi danno Alternativa Popolare, la sua ultima creazione dopo la breve esperienza del Nuovo Centrodestra, a meno della metà dei consensi con una striminzita forchetta che va dall’1,6% a meno del 2%, insufficiente anche solo a superare la soglia di sbarramento (si veda a tal proposito il flop nella sua regione, con la lista fuori dal parlamentino siciliano) qualora il partito corresse fuori da ogni coalizione o comunque a poter fungere da ago della bilancia in un’ipotetica alleanza con il centrosinistra. E niente “dote” significa niente poltrone.

Nicola Mattei

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3 Commenti

  1. Tranquilli, quest’incubo politico lavorerà per crearsi in Sicilia le clientele che lo supporteranno fra qualche anno a nuove elezioni.

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