Truth-or-LiesRoma, 29 nov – È di qualche giorno fa la notizia che l’Ordine dei giornalisti se la sarebbe presa con Barbara D’Urso per “esercizio abusivo della professione giornalistica”, ritenendo che le interviste fatte dalla conduttrice, che non è giornalista, gettino discredito sulla professione.

Ora, se è impossibile difendere la protagonista di una delle parentesi televisive più sguaiate e qualunquiste di sempre, fa altresì riflettere l’improvvisa e sospetta vigilanza dell’Odg, imbarcatosi in una campagna facile facile mentre si continuano a chiudere entrambi gli occhi sui veri problemi del giornalismo italiano. Un caso recentissimo ne offrirà un buon esempio.

Parliamo della notizia per cui “CasaPound non fa entrare a scuola i rom”. Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa varie testate giornalistiche – fra cui il Messaggero, testata di provata fede democratica, nonché ben informata sui fatti romani – pubblicavano questa notizia: “Roma, rom attaccano tre scuole: lanci di pietre contro gli studenti”. Nell’articolo si citavano le parole di “un dirigente scolastico” sulla difficile convivenza fra gli istituti di via Cesare Lombroso (gli alberghieri Domizia Lucilla e Luxemburg e il classico Tacito) e il vicino campo rom, con aneddoti abbastanza agghiaccianti sugli studenti abituati ad andare a scuola fra insulti e prepotenze, fra roghi tossici e gente che fa i propri bisogni in strada.

Il giorno dopo il Blocco Studentesco, organizzazione studentesca di CasaPound, ha compiuto un sit in davanti alla scuola per protestare contro l’insostenibilità della situazione. Le foto mostrano chiaramente degli studenti con uno striscione davanti ai cancelli dell’istituto.blocco rom Una manifestazione come ce ne sono tante ogni giorno davanti a tante scuole in tutta Italia. Davanti alla scuola, si badi, non davanti al campo rom.

A quel punto, però, scatta qualcosa. Entra in gioco la “cooperativa Eureka”. Un’organizzazione, leggiamo su repubblica.it, “che lavora sul territorio anche con progetti di scolarizzazione dei bambini nomadi”. Sarebbe interessante sapere a chi fa capo questa cooperativa, quanti finanziamenti prende e quali sono i risultati concreti della sua attività.

Sta di fatto che alcuni non meglio precisati esponenti di Eureka dichiarano: “Hanno impedito a tutte le persone nel campo di uscire creando anche una situazione di panico e paura. Si tratta di un campo dove vivono circa duecento persone e che esiste da oltre trent’anni con cui siamo al lavoro con diversi progetti di inclusione. Con il gesto di queste persone è stato impedito a circa 90 bambini di scuole elementari e medie di andare a scuola. Si tratta di un fatto di una gravità inaudita”.

Si tratta di una denuncia priva del minimo riscontro oggettivo, che peraltro rimane piuttosto sul vago: come avrebbero fatto, in concreto, i manifestanti a impedire ai bambini rom di entrare a scuola? Ci sarebbe stata un’azione preordinata a tal fine o si è semplicemente trattato di “una situazione di panico e paura” che ha indotto gli studenti a non uscire dal campo? Non è chiaro, non si capisce se la scelta sia stata fatta dai rom in base a una loro percezione soggettiva, non si sa nemmeno se la notizia è vera.

A far luce sulla vicenda giunge, ieri in serata, un comunicato della Questura di Roma che chiarisce in modo definitivo la vicenda: vi si legge che la manifestazione del Blocco “non ha creato pericolo o intralcio al traffico cittadino né tantomeno ha impedito agli studenti di accedere all’interno delle aule. Anche le attività all’interno del campo nomadi sono proseguite regolarmente e non risulta che sia stato impedito il passaggio di alcuni bambini rom che stavano andando a scuola”.

Mettiamo un punto fermo: il Blocco Studentesco ha ragione. La cooperativa Eureka ha torto. Una versione è vera, l’altra falsa. Uno ha detto la verità, un altro ha mentito. Lo dice la Questura di Roma.

La cosa interessante, però – e qui torniamo alla questione sulla deontologia professionale dei giornalisti e al loro rapporto malato con l’ideologia e la politica – è che di tutto questo non frega niente a nessuno. Il fatto che una notizia sia priva di riscontri e venga smentita dalla Questura è un dettaglio. La macchina politico-gionalistica va avanti imperterrita come se niente fosse, ostentando un senso di impunità che dovrebbe far preoccupare l’Odg molto più delle interviste sgangherate della D’Urso.

Ancora oggi, ore 11.30 di sabato 29 novembre, repubblica.it mantiene in home page questo titolo: “CasaPound blocca l’ingresso a bimbi rom in Repubblicauna scuola romana”. Non un accenno al comunicato della Questura, pure riportato nel testo in modo quasi casuale. Non un condizionale o un virgolettato nel titolo. No, la notizia è data come vera e certa. Per di più si registra uno slittamento rispetto alle parole ambigue degli esponenti di Eureka: laddove secondo la cooperativa sarebbe stato un presunto (e di fatto inesistente, abbiamo visto) clima di paura a non far uscire i bimbi rom dal campo (fatto anch’esso smentito), dal titolo di Repubblica sembra di poter immaginare che dei nerboruti militanti del Blocco si siano messi a fare la selezione etnica all’ingresso della scuola: tu sì, tu no, tu forse perché comunque sei un po’ scuro.

Così un po’ tutte le testate, oggi uscite in edicola con titoli deliranti, salvo poche eccezioni. La politica, che ha causato il polverone, segue ora a ruota e rilancia. “Si tratta di una violazione grave di un diritto sancito dalla Costituzione”, “di un gesto vile” (l’assessore capitolino alla Scuola, Alessandra Cattoi). “Un gesto violento di razzismo e xenofobia” (deputata del Pd, Maria Coscia). “Un gesto vergognoso e grave”, “un atto di razzismo” (il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri). “Squadrismo di Casapound” (il deputato del Pd, Federico Gelli). Addirittura un “pogrom di stampo neonazista” (Nichi Vendola).

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Parole in libertà, per cui nessuno pagherà. Perché ci sarà sempre un giudice disposto a decretare che ribaltare la verità a dispetto di ogni prova tangibile è semplice libertà d’opinione e diritto di critica, in spregio a ogni legge e norma deontologica. Altro che Barbara d’Urso. Ve la meritate Barbara D’Urso. Siete come lei. Siete peggio di lei.

 

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