kaboboRoma, 5 giu – 20 anni di reclusione e ad altri 3 di casa di cura e custodia come misura di sicurezza; è questa la condanna inflitta al ghanese Adam Kabobo, che l’11 maggio del 2012 ha ucciso a Milano tre passanti a picconate: Daniele Carella, 21 anni, Alessandro Carolá, 40, ed Ermanno Masini 64. Il giudice per l’udienza preliminare Manuela Scudieri nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato l’immigrato africano, ha scritto: “La condizione di emarginazione sociale e culturale dell’imputato è già stata infatti valutata, quale concausa della patologia mentale riscontrata, nel riconoscimento della seminfermità mentale”.

Il gup ricorda anche che Kabobo ha “sentito il bisogno di giustificare la propria condotta, attribuendola ora alle voci e ora alla necessità di essere catturato o ucciso per porre fine alle sue sofferenze”. Dal suo modo di agire, per il tribunale è emerso che il ghanese “ha tuttavia conservato la capacità di comprendere il valore e il significato del suo comportamento e di agire in conseguenza”. Infatti Kabobo che inizialmente aveva impugnato una spranga di ferro, ha poi preferito, quasi fosse in un delirante e macabro videogioco, impossessarsi di un piccone sottratto ad un cantiere della zona. Il gup Scudieri ha dichiarato che “non vi è dubbio che la scelta di cambiare l’arma è stata dettata dalla consapevolezza che la spranga non garantiva il sopravvento sulle vittime e ciò in quanto le aggressioni realizzate o tentate ai danni dei soggetti incontrati dal Kabobo fino al momento in cui si munirå del nuovo strumento, non erano andate a buon fine”.

Per l’extracomunitario pende infatti un’altra richiesta di rinvio a giudizio per altri due tentati omicidi; quello di Andrea Carfora e Francesco Niro, due passanti colpiti a sprangate da Kabobo e miracolosamente rimasti in vita seppur gravemente feriti . Dagli eventi emerge inoltre, secondo il gup, il movente predatorio, dato che “in tutte e tre le aggressioni che hanno avuto esito mortale l’imputato si è impadronito di beni appartenenti alle vittime”. Emerge poi che “quando infine l’imputato ha percepito l’arrivo dei carabinieri, ha tentato la fuga, ma prima si è liberato dell’arma: tale condotta lascia intendere che egli avesse perfettamente chiara la riprovevolezza e illiceità dei gesti commessi e fosse mosso in quel momento dalla volontà di non essere a sua volta ucciso dalle forze dell’ordine”. Insomma, la sentenza chiarisce definitivamente che l’immigrazione crea povertà, disagio sociale e psichico, nonché aspettative irrealistiche e impossibili da realizzare. Un vero e proprio meccanismo impazzito che crea Kabobo in serie.

Per uscirne ci restano due soluzioni: dare tutto a tutti per paura di finire picconati, oppure intervenire alla radice facendo saltare tutto il circolo perverso che crea povertà, solitudine, follia. In noi e in loro.

Andrea Bonazza

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