democrazia-cristiana-580x333Roma, 3 feb – La fiera delle banalità in salsa democristiana anni ’50. Il discorso di insediamento fatto davanti alle Camere dal nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è durato circa mezz’ora ed è stato interrotto da 42 applausi di tutto l’emiciclo composto da sedicenti rinnovatori e rottamatori.

Dopo i ringraziamenti di rito ai suoi predecessori ancora in vita e alle alte cariche dello Stato, il neopresidente ha reso omaggio alla Corte Costituzionale e al Consiglio superiore della magistratura. Ad eccezione di un breve accenno fatto, quasi in conclusione, da Napolitano nel suo discorso del 2006, da Scalfaro in poi nessuno fra gli ultimi presidenti aveva mai riservato, in apertura, alcuno spazio all’organo di autogoverno delle toghe. Una scelta abbastanza netta, che traccia probabilmente una linea importante: la presidenza sarà attento alle esigenze della magistratura, che già da tempo registrano alcuni attriti con il premier Renzi anche se, troppo spesso, confondono indipendenza con sovranità e pieni poteri.

Il discorso si snoda poi attraverso i sentieri della crisi che, “prolungatasi oltre ogni limite -scandisce Mattarella- ha aumentato le ingiustizie, ha generato nuove povertà, ha prodotto emarginazione e solitudine”. Una crisi che investe anche i giovani, con “il lavoro che manca, specialmente nel mezzogiorno”. Afferma poi perentorio: “Sono questi i punti dell’agenda esigente su cui sarà misurata la vicinanza delle istituzioni al popolo”. Vien da chiedersi perché gli stessi ragionamenti pieni di senso comune e la stessa vicinanza al popolo valgano da presidente della Repubblica e non da giudice della Corte Costituzionale -della quale faceva parte prima di salire al Quirinale- e in specie quando quest’ultima decideva, con una scelta più che dubbia, di cassare i referendum della Lega contro la legge Fornero, che di esclusione sociale ne ha generata non poca.

Il presidente prosegue poi con la più classica carrellata di buone intenzioni che vanno dalle riforme istituzionali al rispetto per la funzione legislativa del parlamento, dalle potenzialità della macchina amministrativa pubblica all’esigenza di intervenire sulla legge elettorale. Mattarella sembra così voler confermare l’aura di grigiore che lo circonda, in specie quando parla del capo dello Stato “nel ruolo di un arbitro, del garante della costituzione”. Da manuale universitario di scienza politica.

Non mancano in ultimo generici accenni alla situazione internazione, dall’Unione Europea al contesto mediorientale, senza dimenticare gli aspetti legati al terrorismo. “Il nostro paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell’odio e dell’intolleranza”. Strage di Ustica? Strage di Bologna? Il più recente attentato di Nassirya? Nulla di tutto questo: l’esempio scelto da Mattarella è quello di Stefano Taché, bambino di due anni rimasto vittima di un attacco avvenuto nel 1982 alla Sinagoga di Roma. Un episodio certo tragico, ma assolutamente marginale nella storia repubblicana. Marginale non per tutti, evidentemente.

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