ieneRoma, 18 ott – Con 39 voti favorevoli, un astenuto e nessuno contrario è arrivato l’ok dell’assemblea capitolina alla mozione, sottoscritta da tutti i gruppi consiliari, con cui si impegna il sindaco di Roma ad “impedire che sul territorio romano vengano eretti mausolei o siano riservati luoghi a futura commemorazione di persone che si sono macchiate di crimini contro l’umanità” dedicata al 70° anniversario della deportazione degli ebrei di Roma.

Con questa delibera del Consiglio comunale di Roma di ieri si consolida la tendenza che dalla gestione post mortem dell’affaire Priebke si è ormai dispiegata in tutta la sua chiarezza.

Parliamo del nuovo fenomeno che potremmo definire “l’antifascismo funerario”.

Dopo “l’antifascismo da salotto” degli anni sessanta che vedeva come protagonisti il fior fiore degli intellettuali italiani, perlopiù formatisi, per loro stessa ammissione, nei Guf e nei Littoriali della Cultura, siamo passati nei seventies al più truce “antifascismo militante” emanazione diretta del primo, per approdare oggi “all’antifascismo nelle urne funerarie”.

Il perché di questa dinamica potrebbe essere analizzato sia dal punto di vista psicanalitico, dove l’elemento della “rimozione” o del “complesso di Edipo” di freudiana memoria potrebbe aiutare nella comprensione, ma anche attraverso quello che il matematico Odifreddi, nel suo intervento alla trasmissione “la Zanzara” ha risposto, a proposito della domanda rivoltagli su che opinione avesse circa l’esistenza delle camere a gas, ammettendo come la maggior parte della società contemporanea occidentale abbia una conoscenza di quel periodo storico filtrata più attraverso i film hollywoodiani o i serial televisivi che attraverso una seria ricerca storica.

Effettivamente, anche quando il nemico reale non c’è più, per inesorabili ragioni anagrafiche, bisogna tenerlo in vita artificialmente per poi negarne anche il diritto ad esistere nell’aldilà.

Quindi il passaggio dalla vita terrena a quella celeste del Nemico deve avvenire con lo stesso processo di damnatio, non memoriae, perché in questo caso il Nemico serve anche quando non c’è più, perché deve essere e rimanere, a livello metafisico, l’incarnazione del Male.

Un Male che assomiglia molto, alla divisione molto manichea, su cui si fonda molta della cinematografia americana, in cui il Cattivo lo è fino in fondo e non potrà che andare all’Inferno, perché così gli uomini hanno stabilito sulla Terra.

È interessante come questo metodo che è stato applicato in modo seriale ai vari Saddam Hussein, Gheddafi, etc conservi quindi tutto intatto il suo fascino mass-mediologico, tanto da poter essere impiegato ogni qualvolta vi sia un Nemico da apporre nel Pantheon del Male. Proprio per questo motivo, la sceneggiatura prevede anche un pentimento terreno e pubblico del presunto Nemico, che, comunque, non lo salverà dalla condanna della società e degli uomini ad un Inferno già predisposto dal tribunale dei “giusti”.

Carlo Bonney

Commenti

commenti

CONDIVIDI
Articolo precedenteSe Santoro ricompatta (ancora una volta) il Pdl
Prossimo articoloL’imperativo è sempre quello: svendere tutto
Adriano Scianca
Giornalista e scrittore, classe 1980. È laureato in Filosofia presso l'università La Sapienza di Roma ed è giornalista iscritto all'Ordine dei professionisti. Ha collaborato con i quotidiani Libero e Il Foglio e lavorato nella redazione del Secolo d’Italia. Scrive abitualmente per il quotidiano La Verità. Ha scritto i saggi Riprendersi tutto, tradotto anche in francese, Ezra fa surf, L'identità sacra e Contro l'eroticamente corretto. È responsabile nazionale della cultura per CasaPound Italia.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

20 − tre =