federalismo regioniRoma, 30 ago – Da tangentopoli ad oggi, assistiamo ad un curioso fenomeno democraticamente endemico noto come “bipolarismo”, che consta né più né meno che nel dire al plurale la stessa medesima cosa, magari variando un pochino gli accenti.

Siamo tutti liberisti, tutti europeisti, tutti occidentalisti, tutti multiculturalisti e tutti…federalisti. In effetti, il federalismo è uno di quei dogmi oramai entrati nel lessico comune a prescindere dal senso reale. Fa specie che anni addietro il presidente del partito erede del Msi si definisse “federalista”, scordandosi che quella contro l’introduzione delle regioni fu una delle poche battaglie coerentemente perseguite da Almirante e dalla sua combriccola di parolai in Parlamento.

A rigore, il federalismo vero è quello che “federa”, unendo stati diversi e sovrani, che federandosi perdono la sovranità. In Italia le federazione non fu possibile e fu necessaria la conquista egemonica piemontese, che alla fine fu per lo più accettata anche da chi, pur favorevole all’unificazione l’aveva sempre avversata. Attuare oggi il “federalismo” significa creare o rafforzare centri politici parziali che si affiancano allo Stato istituendo un rapporto dialettico tra i primi e quest’ultimo, cosa che forse non è del tutto sgradita a chi l’ha originariamente pensata.

L’Italia è infatti vittima di una lenta ma costante erosione della propria sovranità nazionale a partire dal secondo dopoguerra, inizialmente nei confronti della Nato e poi, quando lo spauracchio comunista ha cessato di avere un senso, anche nei confronti dell’Unione Europea. Questa erosione, però, è anche proceduta verso il basso, in favore delle regioni. A battersi ferocemente per l’attuazione del dettame costituzionale che imponeva l’introduzione delle stesse fu nel dopoguerra Ugo La Malfa, capo del Partito Repubblicano Italiano appoggiato da Cuccia di Mediobanca e Mattioli della Comit e, quindi, dalla finanza anglosassone; l’unico italiano invitato a Bretton-Woods, dove gli Usa vincitori del conflitto configurarono il nuovo sistema monetario internazionale. Non è infatti un caso che De Gasperi si associò fin dal primo governo (e senza averne in realtà alcun bisogno) un partitello che stentava a raggiungere il 3% dei voti.

Per quale motivo La Malfa voleva le Regioni? Lo chiarì lui stesso in tutte le sedi possibili ed immaginabili: per erodere la sovranità nazionale, secondo il progetto di Jean Monnet che distribuiva in Europa gli aiuti del Piano Marshall attraverso la banca Lazard, di cui La Malfa era il “basista” italiano. Alla globalizzazione economica deve accompagnarsi di necessità la regionalizzazione, con piccole entità sub-sovrane aggregate intorno ad autorità tecnocratiche e politicamente irresponsabili, a fronte della sopravvivenza di un’unica, grande potenza talassocratica (lasciamo al lettore smaliziato l’intuizione sulla sua identità e natura).

L’Europa, nel progetto originario, andava smantellata esattamente come ora sta succedendo al mondo arabo sotto la spinta della blasfema jihad wahabita a guida anglo-saudita. Per questo, un nazionalista serio, desideroso di combattere per la sovranità e l’identità della Patria, deve porsi fra i suoi obiettivi primari anche l’abolizione delle regioni e l’accentramento dei servizi e delle funzioni ad esse incautamente delegate in questi decenni di irresponsabilità ideologica. E pazienza per chi ha fatto del “federalismo” la sua bandiera identitaria, dormiremo tranquillamente lo stesso.

Matteo Rovatti

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