Gianfranco-FiniRoma, 29 ott – È entrato “in sonno” per mesi. Ha osservato, ha progettato e, a sentir lui, ha persino studiato. “Ho letto più libri quest’estate che in tutti questi anni”, ha confessato a un complice Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Per poi aggiungere, furbescamente: “Ne ho anche scritto uno”. Nel saggio, intitolato Il ventennio (Rizzoli), Gianfranco Fini gioca con sul filo dell’ambiguità, come ha sempre fatto con l’altro Ventennio.

E infatti, dopo aver dato voce a tutti gli antiberlusconiani compulsivi dell’ex An, Fini esce ora dal letargo spiazzando (quasi) tutti con una serie di aperture ai suoi ex sodali che sono tutto un programma. Intervistato da Lucia Annunziata (Cazzullo, Annunziata… tutti i “terzisti” – leggi: paraculi – partecipano all’operazione scongelamento…), l’ex presidente della Camera ha riconosciuto che Berlusconi “ha grandi capacità e un consenso forte”. Al Corriere aveva detto di non provare acrimonia per il Cavaliere perché “sarebbe acrimonia verso me stesso. Lo conosco da 30 anni, da quando l’Msi appoggiava le tv private. Per 17 anni siamo stati alleati e abbiamo avuto una stretta frequentazione”. Per poi aggiungere che Berlusconi era in privato “sempre seducente e simpatico. Mai autoritario e protervo”.

Fini tocca poi punte di umorismo involontario confrontando la mancanza di dibattito interno nel Pdl con la presunta democrazia fra le mura di An. “Siccome è il leader, lui decide e gli altri si adeguano. Finché c’è stata Alleanza Nazionale, si discuteva e ci si convinceva a vicenda”, ha detto alla Annunziata. Ma è una narrazione pro domo sua, buona per chi abbia vissuto su Marte ai tempi della dittatura finiana in An. Il piano generale, comunque, è chiaro: non rappresentare più l’altro, il post, magari l’opposto rispetto a Berlusconi. Non c’è più lo spartiacque antropologico fra la destra “europea” e quella populista.

Insomma, non ci sono più i temi portanti dell’ala più intransigente di Fli. Che infatti è un’esperienza su cui il Fini redivivo sorvola alla grande, per lasciarsi andare piuttosto a ricordi nostalgici e aperturisti sui tanto odiati colonnelli di An. Parliamoci chiaro: a destra si stanno aprendo voragini e Fini vuole ritagliarsi un suo ruolo. Non subito in forma direttamente personale, sarebbe come bruciare le tappe dopo l’apocalisse Fli. Prima ci sarà la solita camera di compensazione della fondazione creata ad hoc. “Liberadestra”, dovrebbe chiamarsi. La scelta del nome è significativa, perché torna il riferimento a quella destra che alcune volte Fli aveva provato ad archiviare (verbalmente, si badi, poiché tutta l’avventura politica di Bocchino, Granata & Co. è restata un puro frutto delle contraddizioni della destra italiana, nei programmi e ancor più negli atteggiamenti).

Disorientata tutta l’ala ex rautiana, che aveva creduto di vedere un implausibile Berto Ricci come ispiratore di Fli, persistendo nell’errore anche in seguito all’entusiastico appoggio del partito agli “inglesi di casa nostra” (Monti)e anche in mezzo a mille voci che ricordavano la natura opportunistica del leader. Ma del resto la storia di Fli è proprio questa, ognuno ci ha visto qualcosa di assolutamente personale e onirico: chi un’altra Idv, chi un altro Partito radicale, chi un’altra Udc, chi un altro Pdl, chi un’altra An. Sbagliavano, sia pur in gradi di intensità differenti, tutti quanti, dato che il partito nato per sottrarre la destra alla deriva personalistica era in realtà il più personale dei partiti.

 

Giuliano Lebelli

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