eurofoundBruxelles, 01 set. – Non si arresta la crescita in Europa dei cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) e, guarda caso, la situazione più critica è proprio in Italia. Questo il catastrofico, ma purtroppo scontato, risultato della “”Mappatura del passaggio alla vita adulta in Europa”, condotta da Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro, in base a i dati raccolti nel 2012. Con il termine si identificano quei giovani che non lavorano, non studiano ne sono inseriti in un percorso di formazione professionale.

Sicuramente un giovane italiano non aveva bisogno di questo studio per capire che il suo futuro fosse incerto se non svenduto per accontentare qualche banca, significativo invece il parametro su cui si basa lo studio: il danno economico causato all’ Unione.

Lo studio evidenzia infatti che in Italia sono andati persi 35,2 miliardi di euro (2,6 miliardi in più del 2011), Francia (23,2 miliardi), Regno Unito (18,7 miliardi) e Spagna (17,3 miliardi) e cosi via per un totale di oltre 162 miliardi di euro. Il fatto che in Europa 14,6 milioni di giovani dai 15-29 anni (quasi il 16% della popolazione in quella fascia di età) non abbia più alcuna speranza per il futuro sembra essere dunque un dato marginale quello che conta è il danno economico. Ovviamente non manca il, seppur piccolo dato positivo, che vede Irlanda, Lettonia e Lituania in miglioramento e Germania e Svezia in una situazione stazionaria.

Ancora una volta il modello virtuoso è quello nordico, che vede un passaggio dal mondo della scuola al lavoro decisamente agevolato mentre i “peggiori” rimangono i Paesi dell’est e del mediterraneo. Coincidenza vuole che i modelli siano anche quei Paesi in cui tasse e burocrazia non siano un fardello insostenibile e dove la scure dell’UE si è vista a malapena, ma questo sembra essere sfuggito ai redattori del documento.

giovani_1Oggi le cose non sono certo cambiate, anzi, a gennaio 2014 il 23 % dei giovani in cerca di lavoro tra i 15 e i 24 anni non era ancora riuscito a trovare un impiego.

Con buona pace dei sostenitori dei “bamboccioni” o “dell’italiano che non vuole più fare mestieri duri”, la studio riconosce che la tardiva conquista dell’indipendenza è prevalentemente legata all’estrema difficoltà che un giovane incontra nel passare (quando gli riesce ovviamente) dal mondo scolastico a quello lavorativo. Altro che fannulloni, le differenze tra i giovani del sud e del nord europea non sono dovute a preferenze e scelte di vita personali, ma ad un’ inesistente integrazione fra i due mondi ed a politiche del lavoro inadeguate ed inefficaci.

 

E ci perdonino i soloni dell’UE se diciamo che a noi poco importa del loro danno economico, quello che conta è il futuro dei nostri giovani ed evidentemente questa Europa, che si ricorda di noi solo per sgridarci o additarci come pecore nere, serve veramente a poco.

Cesare Dragandana

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