Grande Guerra: la politica risponde “assente!”

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Roma, 17 ot – «Ha letto il discorso di Gabriele D’Annunzio a Quarto? […] Io e moltissimi amici volontari, un po’ orgogliosamente, ma non importa, prendiamo per diretta a noi quella che dice: “Beati i giovani affamati e assetati di gloria perché saranno saziati!”. Sbagliamo?».

 

Qualcuno, nel governo delle larghe intese e dell’austerity, dovrebbe prendersi la briga di andare a cercare gli eredi del giovane volontario Gino Mazzoni, che così scriveva al padre il 17 maggio 1915, e comunicare loro che sì, per i governanti dell’Italia di oggi il loro antenato eroe si sbagliava. Che tutto è stato vano.

 

Questa, almeno, è la logica conclusione da trarsi alla notizia – contro cui si è scagliato Paolo Rumiz su Repubblica – che l’Italia si sta avvicinando al centenario della Grande Guerra, previsto per il prossimo anno, con zero euro stanziati per l’evento. Salvo miracoli dell’ultim’ora, scrive Rumiz, «il nostro Paese si presenterà all’appuntamento in bolletta, e quel che è peggio con un patrimonio storico in pessime condizioni […]. I monumenti, i sacrari e le linee militari del Nordest sono infatti, quasi ovunque, in condizioni disastrose».

 

Tutto questo, prosegue il giornalista triestino, quando «per il solo 2013 il Regno Unito ha stanziato 56 milioni di Euro, la Francia 100 e il piccolo Belgio altrettanti. La lontana Australia, che ha partecipato al conflitto con un ventesimo dei soldati schierati dall’Italia, ne ha messi in campo 96».

 

Lo Stato che finanzia le più improbabili pellicole intimiste di Ferzan Ozpetek, che ha regalato dal 1990 a oggi circa 850 milioni di euro alla stampa, che mantiene in vita con fondi pubblici le più strampalate associazioni parassitarie, alcune delle quali spiccatamente anti-nazionali – ecco, questo Stato qui dovrebbe andare a cercare uno a uno gli eredi di chi imbracciò il fucile in quelle giornate e spiegare che per celebrare il sacrificio dei loro nonni e bisnonni non c’è un euro.

 

Dovrebbero spiegarlo alla famiglia di Leone Bucci, morto nel 1916, che ai suoi scriveva: «A tempo e luogo il dovere mi chiamerà in prima linea ed io sarò fiero ed orgoglioso d’immolarmi sul sacro altare della Patria». O a quella di Manlio Maiorino, morto il 28 novembre 1915, che affermava: «Ormai non esiste che un solo pensiero: l’Italia. Ormai non bramo altro che portare il mio fucile sulla linea del fuoco». O a quella di Paolo Marconi, caduto il 16 giugno 1916, che proclamava: «Non vogliamo riscattare Trento e Trieste; noi vogliamo riscattare e temprare l’Italia tutta».

 

E così via, per sei milioni di famiglie. Tanti, infatti, sono stati gli italiani che hanno imbracciato il fucile fra il 1915 e il 1918, raccogliendo alla fine 750.000 morti tra caduti in guerra (680mila) e civili (in totale furono 65 milioni i soldati mobilitati, con 20 milioni di morti fra militari e civili e 21 milioni di feriti). E ora quel testimone finisce nelle mani degli eredi di Papa Benedetto XV, che definì il conflitto una «inutile strage», un «suicidio dell’Europa civile», come disse all’epoca. O in quelli di Francesco Misiano, il disertore che scappò in Svizzera per evitare le trincee e poi si ritrovò a Fiume a sobillare la popolazione contro D’Annunzio, per finire parlamentare nelle file del Psi, scelta che fece indignare tutta l’Italia che aveva combattuto. Alcuni dei partiti oggi al governo, del resto, sono i diretti discendenti delle squadracce marxiste che dopo il conflitto giravano per le città alla ricerca di soldati in divisa da linciare, quindi c’è poco da meravigliarsi. I figli politici di chi ha combattuto, invece, non esistono più, a meno di non voler considerare tale il maggior partito di centrodestra attualmente in bilico tra un caricaturale sultanato personalistico e pulsioni neo-democristiane.

 

E poi, ovviamente, c’è l’ineffabile Lega, che in Lombardia, per bocca del capogruppo della Lista Maroni Stefano Bruno Galli, ha raccomandato di non «trasformare l’occasione nell’ennesimo bagno di nazionalismo spicciolo. E non dimentichiamoci che cos’è stato fatto in Alto Adige nel Dopoguerra in ragione del ritrovato spirito nazionalistico. Per non parlare delle spinte fasciste e reduciste nate all’indomani della vittoria».

 

Forse, a guardarsi intorno, c’è da sperare che gente così i soldi per celebrare il centenario non li trovi per davvero.

 

Adriano Scianca

 

 

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