ostiense2Roma, 14 dic – La rivoluzione è come il vento, dice una vecchia canzone. La rivoluzione è fondamentalmente imprevedibile come i terremoti più forti, le frane e le valanghe più devastanti, i tornado killer, ma anche il crollo dei mercati e le grandi guerre, per la stessa legge fisica dei sistemi molto complessi che non a caso di dice “ubiqua” brillantemente descritta in un libro di Mark Buchanan di qualche anno fa, di cui consigliamo la lettura non solo in chiave strettamente scientifica ma anche politica.

Per esempio, quanto più si fa indebitare la gente, tanto maggiore sarà la probabilità che a fronte di un pur piccolo peggioramento della congiuntura economica salti tutto il sistema creditizio e finanziario (crisi del 2008-2009), ma la soglia di quell’indebitamento non è in alcun modo prevedibile; tanta più neve si accumula sul versante di una montagna, tanto più probabile sarà una valanga rovinosa, ma quanta neve debba accumularsi nessuno lo sa, proprio perché al crescere del manto nevoso crescerà anche la sua sensibilità a piccolissime perturbazioni meteorologiche.

L’autore di questo pezzo può allora confessare senza pudore di essere rimasto spiazzato di fronte alla protesta nazionale del cosiddetto “movimento dei forconi” e delle altre organizzazioni e sigle che a questo si sono unite nella lotta. La sua portata e il suo carattere fino a prova contraria sufficientemente spontaneo (aggettivo, questo, abbastanza evanescente), interrogano sulla possibilità che una soglia parecchio avanzata del disagio sociale e identitario sia stata raggiunta. Parecchio… quanto? Una cosa è certa: l’inedita iniziativa, per il suo carattere non partitico, non sindacale, trasversale, nazionale, identitario e radicalmente critico del modello di globalizzazione imposto dalle élite finanziarie non elettive, è il prodotto di un malessere che va molto al di là della singola rivendicazione di categoria o della protesta di testimonianza.

È opinione, personale e azzardata, dell’autore che lo sbocco non sarà una rivoluzione, piuttosto l’avvio di un percorso simile a quelli che in Francia e in Grecia hanno portato alla ribalta politica ed elettorale movimenti e partiti fortemente identitari e “sovranisti” come il Front National e Alba Dorata, non a caso finora affrontati dal mainstream della comunicazione – soprattutto Alba Dorata – in termini caricaturali. A fronte di questo possibile sviluppo, rimane in Italia l’incognita del movimento di Grillo, che pare fatto apposta per assorbire nel rassicurante alveo istituzionale proprio iniziative di questo tipo.

Questa voleva essere però una raccolta di appunti al volo, allora per praticità cerchiamo di distinguere due categorie di “ribelli”: patrioti e sabotatori.

Il movimento dei “forconi”, così lo chiameremo per semplicità, e la sua iniziativa, per quanto tuttora abbastanza vaga nella piattaforma politica, si distingue per un approccio fondamentale nazionale, identitario e patriottico, che individua nella riconquista della sovranità nazionale, nella lotta alla usurocrazia finanziaria transnazionale, nella fine del trasferimento delle risorse dalle categorie produttive alla copertura di un debito che non ci appartiene, e nel sostegno all’industria e alla produzione nazionale la base per la ripresa di un paese rapinato, stremato e demotivato. Una trasversalità, insomma, che possiamo definire “patriottica”. A cui possiamo aggiungere l’esplicita indicazione di evitare qualsiasi scontro con le forze dell’ordine in quanto difensori del popolo italiano e della sua unità.

Dall’altra, per stare sull’attualità, ricordiamo quello che finora era considerato uno dei più grandi movimenti di protesta, relativamente apartitico e non sindacale: quello dei cosiddetti “no-TAV”. Ebbene, appelleremo questo movimento con l’aggettivo di “sabotatori”, avendo come unico obiettivo quello di impedire la realizzazione di una grande opera la cui decisione (per altro concertata) e progettazione ha richiesto decenni ed era almeno nelle intenzioni finalizzata allo sviluppo dell’industria e dei commerci nazionali ed europei. Obiettivo da raggiungere, tra l’altro, per mezzo della violenza contro i lavoratori dei cantieri e le forze dell’ordine poste a loro presidio.

Che un tale movimento sia stato sostanzialmente tollerato nonostante il suo carattere violento e distruttivo la dice lunga sulle intenzioni delle forze politiche ancora dominanti rispetto all’italico destino!

Parimenti come sabotatori possono essere classificati tutti i comitati, praticamente senza eccezione, che negli anni recenti si sono battuti contro la realizzazione di impianti energetici alimentati da fonti rinnovabili, nonostante l’enorme vantaggio competitivo che questi stavano portando al sistema Italia, spesso imbeccati e sostenuti dalla grande stampa e che ancora più spesso hanno visto accolte le proprie istanze distruttive dalle pavide amministrazioni sia di centro-destra sia, in maggioranza, di centro-sinistra. Lo stesso appellativo non si esiterà ad assegnare alla miriade di comitati e organizzazioni, in testa Italia Nostra, che in nome di un concetto alquanto astratto di paesaggio e di “ambiente”, sempre intesi in senso locale e riduttivo, hanno contribuito a sabotare innumerevoli piani di sviluppo economico e produttivo concertati negli anni.

Tutti quanti, questi sabotatori, sostenuti esplicitamente da forze politiche “cuscinetto” come Sel e M5S, i campioni politici del qualunquismo anarcoide individualista, veri “sfogatoi” istituzionali delle pance piene con le teste vuote, e tollerati da un establishment da operetta, recentemente scopertasi anche giovanilisticamente rockettara, che dietro la retorica effimera dei costi della politica tutto ha a cuore eccetto la rinascita della nazione. Interessante e in qualche modo divertente osservare come, al contrario, proprio Sel si scagli a testa bassa contro la corrente protesta nazionale

Finalmente, di fronte al disastro come spesso accade, si scopre che nella realtà profonda del paese rimane una base patriottica e costruttiva fortissima, che non si arrende, che come milioni di piccoli imprenditori e artigiani non conosce serate in poltrona, né sabati né domeniche, spesso insieme ai propri dipendenti (a quelli che ancora hanno potuto conservare), a fronte della persecuzione fiscale e delle regole a senso unico che, nella pratica, sono valide solo per gli imprenditori italiani e onesti, a migliaia di ricercatori umiliati da un precariato infinito e da retribuzioni frazionarie rispetto ai loro colleghi d’oltralpe e che nonostante tutto hanno deciso di rimanere in Italia e servire con eccellenza il proprio paese. E si potrebbe continuare con tante altre categorie, per non parlare di chi il lavoro non lo trova proprio eppure rimane in Italia, nonostante una preparazione e una volontà tanto meglio spendibili, di chi decide di fare figli e invece di trovare sostegno si imbatte nell’allucinante dibattito sui matrimoni e adozioni gay e la cessione delle case popolari ai rom e ad altre allegre compagnie – iniziative, queste ultime, ascrivibili di diritto al piano di sabotaggio della famiglia naturale quale nucleo fondante e identitario di ogni società.

La previsione e l’auspicio è che emerga da questa fase che la rotta verso il disastro guidata dalle politiche internazionaliste, liberali e liberiste possa essere radicalmente invertita soltanto per mezzo di un’iniziativa nazionale, patriottica e ispirata a un corporativismo trasversale e costruttivo.

Francesco Meneguzzo

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