ieneRoma, 16 ott – In un film del 1994, “Il branco”, il regista Marco Risi ha raccontato, prendendo spunto da un fatto di cronaca, lo stupro di due turiste tedesche avvenuto in una cittadina della provincia romana. La particolarità della pellicola è data dalla dimensione di surreale ferocia, di straniamento collettivo che a un certo punto assume la sevizia. All’iniziale gruppo di balordi, infatti, si accoda pian piano tutto il paese, in un gorgo infernale di assurdità. Lo stupro assume le dimensioni di una macabra festa paesana: c’è chi porta i panini con la porchetta e onesti padri di famiglia accorrono sul luogo del misfatto, per fare un giro di giostra o anche solo per presenziare all’evento, giocando a chi fa la battuta più crassa, la risata più sguaiata, senza che a nessuno venga in mente di alzare la mano e porre la benché minima obiezione, anzi con la certezza che se questo accadesse la reazione collettiva sarebbe di incredulità e irrisione.

Quello che è accaduto il 15 ottobre 2013 in Italia ha una dimensione simile. In un’allucinata gara a chi la sparava più grossa, a chi mostrava più zelo fanatico, a chi scendeva più in basso, abbiamo visto forze politiche, istituzionali e l’immancabile società civile assaltare un carro funebre. Ripetiamolo: assaltare un carro funebre. Questo dopo giorni di oltraggio al diritto e alla decenza, in cui ogni legge italiana è stata calpestata pur di impedire funerale e sepoltura a un centenario appena deceduto. In serata, sull’onda di un’isteria collettiva, senza alcuna riflessione a mente fredda, sono stati introdotti anche in Italia i reati d’opinione. L’impressione, a ripensarci il giorno dopo, è che per 24 ore in Italia tutto sia stato possibile. Che se un senatore di Scelta Civica a un certo punto si fosse alzato in piedi e avesse proposto il sacrificio di tutti i primogeniti maschi nessuno, per non sbagliare, l’avrebbe contraddetto.

Le rare eccezioni di una seppur minima rilevanza politica, quelli che alzano la mano e si chiedono se il branco non stia forse esagerando, venendo inevitabilmente presi per scemi, sono per lo più di sinistra. Il vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio, per esempio, dopo aver ricordato il nonno ucciso alle Fosse Ardeatine, ha dichiarato che “bisogna avere il coraggio di chiudere con umana pietà le vicende. La vicenda in vita di Priebke è quella che mi ha preoccupato e che io ho combattuto aspramente e senza sconti, da Kappler a Priebke. Non mi interessa l’accanimento su un cadavere. Penso che sia un errore che non fa bene neanche a chi ha in testa i valori della Resistenza e della Repubblica Italiana”. Anche Massimo Cacciari ha dichiarato che “è assurdo che il sindaco gli rifiuti una sepoltura” e che questo “è un dibattito macabro e perfino grottesco: siamo di fronte alla morte di un vecchio. Lo si seppellisca. Qui non è in discussione il pentimento e tantomeno il perdono. Priebke è morto, che Dio ne abbia misericordia”.

Mosche bianche. Ora, poi, abbiamo il reato di negazionismo (grazie anche al Pdl). Chi abbia un po’ di raziocinio capisce perfettamente che il punto non è il fatto storico che mi si impedisce di negare, ma l’impedimento in sé. Il diritto, finché è esistito, si è sempre basato sulla fredda oggettività formale: si tutelano le opinioni in sé, si garantisce il diritto alla sepoltura delle persone in quanto tali, a prescindere dall’opinione e dalla persona. Ora tutto è saltato. Capita, quando la politica è esautorata dai banchieri. È capitato negli anni ’90, capita oggi, capiterà sempre più spesso.

Ovviamente qualcuno potrebbe stupirsi che tutto questo avvenga oggi, nel 2013, quando il primo libro di revisionismo olocaustico (Le Mensonge d’Ulysse, di Paul Rassinier) risale al 1950 e quando Herbert Kappler, nel 1978, poteva essere non estradato dalla Germania dopo la rocambolesca fuga dall’Italia ed essere tranquillamente sepolto fra amici e parenti. Come accade, cioè, che più ci si allontana da quegli anni e più la vigilanza si fa pressante, ossessiva, poliziesca? La risposta è ovvia: perché c’è una crisi di legittimità.

Negli anni ’50 e ’60, per quanto i valori dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale fossero ritenuti sacri, il fascista faceva ancora parte del paesaggio antropologico naturale, senza che la cosa fosse sostanzialmente contestata. Nei film la camicia nera o il missino erano certo tromboni retorici e cialtroni patriottardi, ma in fondo ispiravano più simpatia che ripulsa. La stessa letteratura sull’Olocausto era per lo più affidata a riviste popolari che indugiavano sui particolari macabri, non diversamente da quanto oggi accade con il delitto di Avetrana. Ciò non impediva l’avvento di un genere cinematografico di dubbio gusto come il “nazisploitation”, con pellicole del calibro di “Ilsa, la belva delle SS” (1975). Oggi, per dire, anche un innocuo fumetto come “Sturmtruppen” avrebbe concrete difficoltà ad uscire, e non è una battuta.

Con il venir meno del legame sociale, con l’incapacità della classe politica di autolegittimarsi e con quella che Sergio Luzzatto ha definito “la crisi dell’antifascismo”, ciò che non è più spontaneo va imposto in modo poliziesco. Del resto è noto che inventare un’emergenza e un nemico alle porte è il modo migliore per serrare le fila e rinforzare il potere. Se tutto questo non esistesse, se con la morte di Priebke si chiudesse davvero la Seconda Guerra Mondiale, qualcuno dovrebbe cominciare a far politica, risolvere problemi, affrontare l’omicidio sociale della nazione. Se si tiene a mente questo e ci si immagina questi personaggi all’opera, si è quasi tentati di scusarli se nel frattempo cercano un diversivo.

 

Adriano Scianca

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