renziRoma, 9 dic – Di Matteo Renzi, neosegretario del Pd dopo il trionfo alle primarie, si ama spesso ricordare la sua comparsata giovanile alla “Ruota della fortuna” o i servizi televisivi o giornalistici che lo ritraggono in pose folcloristiche da piacione. I suoi avversari, soprattutto nella sinistra esteticamente più legata al grigiore togliattiano, inorridiscono, rendendosi funzionali alla tattica diversiva attentamente studiata dallo stesso sindaco di Firenze per accreditarsi come politico pop, evitando di entrare nel merito dei contenuti.

Contenuti che, a ben vedere, sono ben espressi nella frase pronunciata in una intervista al “Foglio” del giugno 2012: “Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore”. Ottima prospettiva: quel che serve per uscire dalla crisi è un po’ di liberismo selvaggio. Avanti così.

Se il Pd si appresta quindi a imboccare una strada turbocapitalista ancor più pronunciata, facile immaginare quale sia la posizione di Renzi sule privatizzazioni. Facile immaginarlo, meno capirlo dalla bocca del neoleader stesso, che sull’argomento sembra cambiare le idee spesso. Nel suo programma per le primarie contro Bersani, il sindaco di Firenze auspicava “un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico”, in particolare chiedendo “la cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi di euro” e “la cessione di partecipazioni in aziende quotate e non quotate per circa 40 miliardi euro”. In una recente intervista alla trasmissione La Gabbia, Renzi ha tuttavia risposto così: “Privatizzazioni? Non adesso perché non è il momento ideale, dal punto di vista del mercato. E non adesso perché, attenzione, noi non possiamo immaginare che il privato sia bello e il pubblico sia brutto”, citando poi Eni come esempio di azienda controllata dallo Stato ma economicamente virtuosa.

Conversione a un modello che veda lo Stato più presente? Probabilmente solo volontà puramente tattica di non appiattirsi sulle posizioni di Letta. Per capire quali siano le sue intenzioni reali basta tuttavia ascoltare Yoram Gutgeld, economista israeliano naturalizzato italiano, deputato del Partito Democratico nonché consigliere economico del sindaco di Firenze.

In una recente intervista, Gutgeld ha spiegato il suo programma: “Abbattimento shock da 20 miliardi delle tasse con i proventi delle privatizzazioni di Poste, Ferrovie, Rai, municipalizzate e dei campioni nazionali quotati; rinuncia alla Tav; lotta all’evasione con l’eliminazione del denaro per i pagamenti tra imprese; 4 miliardi di euro dal ricalcolo delle pensioni sopra i 3.500 euro; contratto unico stabile senza articolo 18 per i lavoratori”. Ancora: “Sono dell’idea di privatizzare quello che ha senso privatizzare. Abbiamo già 10 municipalizzate quotate. Il problema sono le piccolissime aziende. Sono troppo piccole perché le si possa valorizzare. Sarebbe meglio metterle sul mercato dopo aver creato soggetti più grandi, procedendo al loro accorpamento”.

Ma forse qualcuno preferisce soffermarsi ancora sul giubbotto di Fonzie…

Giorgio Nigra

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