profughi-istrianiRoma, 17 nov – Convogli di profughi accolti a sputi, assistenza umanitaria negata, latte per neonati assetati versato in terra per dispetto, sindaci che minacciano di buttare a mare i nuovi arrivati, il tutto condito da leggende metropolitane sulla violenza e sulla ricchezza di chi arriva portando con sé un fagotto di stracci e poco più. Parliamo dell’Italia infettata dal fascioleghismo, delle ultime imprese dei “delinquenti” di Tor Sapienza (Ignazio Marino), delle gesta delle “squadre speciali” di CasaPound (il Fatto quotidiano)? No, parliamo degli esempi di accoglienza e spirito solidale dimostrati qualche decennio fa dai padri biologici e spirituali di quelli che oggi vogliono insegnare la bontà al mondo. Due soli esempi possono illustrare la doppia morale dei progressisti senza ulteriori giri di parole.

L’esodo giuliano dalmata e il “treno della vergogna”

Come noto, in seguito alla conquista dei territori del confine italiano orientale da parte delle armate titine, si creò a partire da quei luoghi una vasta diaspora della popolazione italiana invisa al nuovo regime per ragioni etniche, politiche e sociali. L’esodo giuliano dalmata coinvolse tra le 250mila e le 300mila persone.

Come vennero accolti, questi compatrioti cacciati dalle loro case? Fu umanitaria, solidale, accogliente l’Italia dell’epoca? Quelle persone che fuggivano dalla guerra e dalla persecuzione, come tanti africani di oggi, ma che in più erano nostri fratelli di sangue – cosa che, oltre a un obbligo morale supplementare che dovrebbe essere evidente, comporta anche difficoltà di integrazione infinitamente minori – furono considerati “una risorsa”?

L’esempio del cosiddetto “treno della vergogna” basta per illustrare quale fu la reazione dei progressisti dell’epoca. Il convoglio navale partì profughi-istriani2domenica del 16 febbraio 1947 da Pola, diretto ad Ancona. Qui i profughi erano sbarcati tra due file di poliziotti, intervenuti per proteggere gli esuli dal linciaggio dei militanti di sinistra. Il treno su cui poi si imbarcarono giunse alla stazione di Bologna solo a mezzogiorno di martedì 18 febbraio 1947. Qui la Croce rossa aveva preparato pasti caldi per bambini e anziani. I ferrovieri comunisti, tuttavia, minacciarono di bloccare la stazione se i profughi fossero scesi a terra. Il treno venne preso a sassate da dei giovani che sventolavano la bandiera con falce e martello, altri lanciarono pomodori e altro sui loro connazionali, mentre terzi buttarono addirittura il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione sulle rotaie.

Il treno venne fatto ripartire per Parma dove finalmente gli esuli furono accuditi. Il giornalista de l’Unità Tommaso Giglio, poi direttore de L’Espresso, scrisse un articolo il cui titolo recitava “Chissà dove finirà il treno dei fascisti?”.

Intanto a Venezia i facchini rifiutavano di sbarcare i bagagli dei profughi, mentre ad Altamura gli esuli vennero accolti in un ex campo di prigionia dal quale ci si era dimenticati di rimuovere i cavalli di Frisia. Il ministero degli Interni dispose che ad essi si prendessero le impronte digitali.

La questione algerina e i Pieds-noirs francesi

Un altro esempio, stavolta tratto dalla storia francese. I Pieds-noirs, come noto, sono i francesi d’Algeria rimpatriati a partire dal 1962. Tra la fine della primavera e il settembre di quell’anno, 900.000 francesi lasciarono l’Algeria, sollecitati umanitariamente anche dal dialogante slogan degli algerini, “la valise ou le cercueil”, la valigia o la bara. Molti dei francesi che sbarcavano vivevano in Algeria da generazioni e non erano mai stati in Francia.

Drapeau_français_des_Pieds-NoirsEsattamente come gli esuli istriani, i Pieds-noirs venivano considerati dalla sinistra francese dei nemici politici e sociali, tutti in blocco associati all’Oas e al latifondo sfruttatore così come tutti i giuliano dalmati erano considerati fascisti e borghesi in fuga dal paradiso socialista titino per egoismo di classe. In realtà i tre quarti dei francesi d’Algeria avevano un reddito del 20% inferiore di quello medio dei francesi residenti nell’Esagono. Quelli davvero ricchi non erano che il 3%, per la maggior parte si trattava di operai o piccoli impiegati, artigiani, con livelli di scolarizzazione raramente superiori alla scuola dell’obbligo. Tra gli agricoltori, solo il 5% erano proprietari delle terre che lavoravano.

Arrivati a Marsiglia, furono ricevuti dai portuali con cartelli ostili tipo “A mare i Pieds-noirs”, mentre il sindaco socialista di Marsiglia, Gaston Defferre, dichiarava, nel luglio 1962: “Marsiglia ha 150.000 abitanti di troppo, i Pieds-Noirs vadano a reinserirsi altrove”.

Odio antinazionale

Insomma, quando la sinistra ha avuto occasione di essere solidale e accogliente, quando ha potuto mostrare la sua capacità di superare gli stereotipi e la logica di parte, ha dato questi esempi: violenza, chiusura, linciaggio, persino sadismo. E allora perché oggi dà lezioni a tutti, insegnando come si pratica l’integrazione e perché è necessario spalancare le porte? Semplice, perché odia la propria nazione. Il motivo per cui ieri chiudeva le porte è lo stesso per cui oggi le apre. L’accoglienza degli immigrati viene predicata e messa in pratica oltre ogni plausibile limite di sostenibilità solo perché si tratta di non italiani e non europei. Il che è certo del buon materiale per una seduta di psicanalisi collettiva, ma sancisce anche la parola fine rispetto a ogni ulteriore lezione di etica.

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