matteo-renzi-job-act-300x225Roma, 21 gen – L’altro ieri la direzioni del Pd ha approvato con 111 voti a favore e 34 astenuti la proposta di riforma elettorale avanzata dal segretario democratico Renzi e frutto dell’incontro ultra-sponsorizzato dai media con Berlusconi.

La legge prevederebbe, chiaramente se approvata dalle Camere, un sistema proporzionale con l’attribuzione di un premio di maggioranza del 18% alla coalizione capace di ottenere il 35% dei voti. Questa coalizione avrebbe quindi diritto al 53% dei seggi. I restanti scranni di Montecitorio sarebbero ripartiti con metodo proporzionale tra le altre coalizioni.

Nel caso in cui nessuna coalizione fosse in grado di raggiungere la soglia del 35% si procederebbe ad un ballottaggio tra le prime due coalizioni.

E le preferenze? E le famose liste bloccate “espressioni perverse di partiti corrotti” nonché peccato originale del Porcellum? Ovviamente le preferenze non sono previste e rimangono le liste bloccate che però sarebbero più piccole (al massimo 6 candidati per lista o coalizione) suddivise in 120 collegi plurinominali. La ripartizione dei seggi avverrebbe comunque su base nazionale.

Ovviamente è discutibile che la re-introduzione delle preferenze comporti davvero il ripristino della rappresentanza anziché un puro e semplice ritorno massiccio del clientelismo vecchio stile. Ma allora basta decidersi: l’urgenza di cambiare il Porcellum non era dovuta all’abolizione delle preferenze?

Inoltre sono previste soglie di sbarramento del 5% per i partiti che decidessero di coalizzarsi, dell’ 8% per i partiti che -ahiloro- si permettessero di richiedere il consenso fuori dal coro e del 12 % per le coalizioni.

C’è di più, rammenta Renzi. La legge elettorale si inserisce in un “pacchetto” unico ed inscindibile di riforme che comprende anche la riforma del Senato. Per superare l’annosa questione del bicameralismo perfetto (ovvero le due camere che fanno le stesse cose ingessando così l’iter legis) il sindaco fiorentino propone un Senato di nominati – udite udite – che si riunirebbe una tantum e rappresenterebbe gli interessi delle regioni.

Avete capito bene: non solo il problema della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni non si risolverebbe ma sarebbe amplificato; non solo quindi l’unica proposta sensata di abolizione del Senato non si realizzerebbe ma la seconda camera rimarrebbe intatta (lasciando pressoché inalterati i costi di mantenimento della struttura fisica di palazzo Madama) e senza alcun valore sostanziale e produttivo. Va bè però i senatori non percepirebbero lo stipendio…

Ma alla fine, quindi, cosa cambia rispetto al Porcellum? Poco o nulla eccetto l’accentuazione di alcuni effetti dovuti al sistema elettorale: nel sistema attualmente tripolare verrebbero favoriti i partiti con più potere coalizionale ovvero centro-destra e centro-sinistra e sarebbe oltremodo svantaggiato il M5S; i partiti minori, se pur radicati sul territorio, avrebbero pochissime possibilità di avere rappresentanza istituzionale visto che la ripartizione dei seggi avviene a livello nazionale e in tutti i casi i candidati verrebbero scelti dalle direzioni dei partiti eludendo così, ancora una volta, la rappresentanza dei cittadini e la sovranità dell’elettore.

Una cosa però cambia: il nome. Da Porcellum a Italicum. Se questo vi basta…

Aurelio Pagani

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