priebkeRoma, 7 nov – Ossessionati dalla morte, timorosi dei cadaveri, impauriti dalle tombe. La rivelazione di Repubblica circa l’esatto luogo di sepoltura di Erich Priebke, il capitano delle Ss morto centenario un mese fa a Roma, segna la degna conclusione di un caso tragicomico che ben dipinge lo stato etico, politico e spirituale della nazione.

La bagarre sulla sepoltura dell’ex soldato trova quindi una sua conclusione, senza che nessuno sia stato neanche indagato per le numerose violazioni della legge successive alla sua scomparsa. Il luogo prescelto è significativamente il cimitero di un carcere. Sulla croce c’è solo un numero, così la famiglia – a cui il congiunto è stato sequestrato dopo morto – potrà ricordarlo. La lirica descrizione di Ezio Mauro va riportata integralmente: «Non c’è ancora l’erba sulla terra smossa dell’ultima tomba. Terra fresca, scavata col piccone e rigettata nella fossa col badile, in fretta. Erano almeno vent’anni, qualcuno dice trenta, che qui non c’era una nuova sepoltura. Cercare nomi e date sulla pietra delle vecchie tombe è difficile. Quando un cimitero è in disuso, anche se resta consacrato e il cappellano viene a benedire nel giorno dei Morti, tutto degrada in fretta. L’erba cresce selvaggia nel quadrato del piccolo camposanto, le povere lapidi scoloriscono, il legno delle croci s’incurva, la vecchia cappella in centro al recinto bianco e quadrato sembra chiusa da secoli. E quell’unico cipresso, alto e solitario a sudovest ricorda una meridiana che segna solo il tempo passato. Ma c’è un tempo che non passa e viene a compiersi proprio qui»

Per il direttore di Repubblica si tratta dell’«unico pezzo di terra italiana dove la morte di Priebke può tornare ad essere morte e non simbologia nazista, strumentalizzazione della teppaglia». Ma, bontà sua, Mauro aggiunge, con supremo sprezzo del ridicolo, che si tratta anche della «sede di una sepoltura dignitosa, come un Paese civile deve garantire anche al suo nemico più terribile, e la prova di un conflitto irriducibile e permanente, perché la memoria non rinuncia al giudizio su ciò che è accaduto».

Sul concetto di “sepoltura dignitosa” meglio sorvolare. Resta il simbolo di una tomba senza nome, chiusa a chiave dentro a un vecchio carcere, in una località segreta. Simbolo, già, ma di cosa? Della paura. Di una fanatica, raggelante, incontrollabile paura. Una insicurezza sudaticcia rispetto a se stessi, al proprio passato, al proprio presente. Dentro a quella tomba senza nome giace in fondo lo Stato italiano. Morto di paura.

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