Le larghe intese cadono, il loro governo no

letta_alfano-600x450Roma, 27 nov – C’era una volta il governo delle larghe intese. Poi le larghe intese sono finite ma il governo è restato. Misteri della politica italiana, sempre pronta a suonare nuovi spartiti, tutte variazioni sul tema eterno della nuova Democrazia Cristiana.

La scusa scelta da Berlusconi per defilarsi dal governo Letta è la legge di stabilità.”Il maxiemendamento alla legge di stabilità è assolutamente irricevibile”, ha detto il capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani. “È una legge per la stabilità delle poltrone”, aveva detto in precedenza Silvio Berlusconi annunciando il suo voto contrario.

Ora Letta è costretto a fare i suoi conti. Con il sostegno del Nuovo centrodestra degli alfaniani, i numeri per continuare in teoria ci sono: al Senato il governo può contare sul sostegno sicuro di 167 senatori, solo sei in più rispetto al quorum di 161. A favore dell’esecutivo restano i 108 membri del Pd, i 20 di Scelta civica, i 29 del Nuovo centrodestra. In totale sono 157, a cui tuttavia si aggiunge il sostegno dei dieci senatori che appartengono al gruppo delle autonomie. Si arriva così a 167. A questi si potrebbero aggiungere i cinque senatori a vita e, eventualmente, i transfughi del M5S che oggi siedono nel gruppo Misto.


Più tranquilla la situazione alla Camera, dove il quorum della è di 316 voti: con i 293 deputati del Pd, i 46 di Scelta civica e i 29 del Nuovo centrodestra siamo già a 368 voti. Ai quali possono aggiungersi quelli del Centro democratico di Tabacci (5), quelli delle minoranze linguistiche (5) e quelli eventuali di alcuni tra i non iscritti (dove siedono per esempio lo scrittore Edoardo Nesi, ex Scelta Civica, e alcuni fuoriusciti del M5S).

Insomma, quello che doveva essere il governo di (quasi) tutti, è ora di fatto un governo targato Pd col sostegno di Scelta civica ed ex pidiellini post-berlusconiani. Insomma, il golpe nel golpe, avallato ovviamente da Napolitano, ormai da anni garante delle più gattopardesche operazioni di palazzo. Senza la necessità di compiacere almeno formalmente i berlusconiani, peraltro, l’azione di governo sarà adesso ancor più impostata in senso tecnocratico.

D’altra parte la mossa della disperazione berlusconiana non sembra poter preludere ad alcun esperimento di grande politica, ma in realtà neanche di piccola, di minuscola politica. Il Cavaliere, di fatto, appare sempre più come la caricatura di una macchietta. Sempre più a corto di idee, sempre meno brillante, sempre più spompato. A parte che nelle testimonianze di Ruby diffuse in questi giorni dai media. Lì, in effetti, sembra scoppiare di salute.

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