Lo scudo fiscale secondo Letta

26758-enrico-letta Roma, 31 ott – Lo scudo fiscale torna nell’agenda del governo. Dopo il primo provvedimento dell’era Berlusconi, promosso dall’allora Ministro dell’Economia Tremonti, il prossimo decreto potrebbe arrivare già nelle prossime settimane, nella forma di un “un piano articolato sul tema della legalità dei capitali all’estero “, come annunciato dal premier Letta. I fronti della manovra sarebbero due: il primo, dal quale sarebbe possibile ricavare (secondo le stime) qualche centinaio di milioni di euro, è una nuova normativa, che potrebbe entrare nella legge di Stabilità, volta ad incentivare il rimpatrio di liquidità. Il secondo è un accordo con la Svizzera per lo scambio di informazioni, che aprirebbe all’Italia prospettive ben più consistenti qualora si arrivasse ad un compromesso in grado di fornire allo Stato i nominativi dei connazionali che posseggono grosse cifre nella Confederazione Elvetica.

Riguardo la nuova normativa, si fa riferimento prima di tutto aduna circolare dell’Agenzia delle Entrate, che permette a chi detiene fondi illegali all’estero di autodenunciarsi, pagare le imposte e gli interessi relativi a tutte le annualità che non siano prescritte, ed ottenere uno sconto sulle sanzioni fino alla metà del minimo. Ovviamente solo se il contribuente in questione non ha già subito verifiche che ne attestino la posizione irregolare. Tuttavia per rendere l’opzione interessante, sarebbe auspicabile rivedere le conseguenze penali dell’autodenuncia, che attualmente raggiungono il livello della detenzione. Per questo motivo la proposta, avanzata dall’ex magistrato Francesco Greco (che presiede l’apposita commissione ministeriale) è quella di escludere direttamente la sanzione penale per chi si autodenuncia prima di essere scoperto, e di ridurre al minimo quella prevista per gli “accertati”, applicando “un’attenuante a effetto speciale” come la definisce Greco.

Qualcosa di molto simile alla depenalizzazione del reato, in definitiva. Che rischia di far passare il messaggio che, pur di far soldi, lo Stato sia disposto a non perseguire la grande evasione fiscale. Il tutto per cercare di recuperare non più di mezzo miliardo di euro, dicono gli analisti. Del resto già gli scudi fiscali varati a più riprese dal 2002 al 2010 avevano fallito. Ad oggi sono stati accertati più di 180 miliardi di euro di capitali illegalmente esportati. Di questi ne è stata recuperata solo una minima parte. Basti pensare che soltanto l’ultimo scudo fiscale, a fronte di un accertamento per 70 miliardi di euro, ne ha riportati in italia solo 9. “Pochi hanno usato quei soldi per ricapitalizzare l’azienda in difficoltà, e senza che l’emorragia di posti di lavoro si sia arrestata” si legge sulle colonne del Corriere della Sera. “E i miliardi promessi sono stati subito assorbiti, anzichè da investimenti nei servizi, nell’istruzione e nella ricerca, da una spesa pubblica sempre più mostruosa, mentre l’economia italiana boccheggiava”.

La strada di un accordo quadro con la Svizzera sembra quindi più convincente. Ma anche in questo caso, le mezze misure non farebbero altro che far slittare il problema di anno in anno. Senza l’abolizione del segreto bancario elvetico, sarà impossibile per lo Stato monitorare i flussi e bloccare la grande evasione (in buona parte alimentata dalla mafia,che pare “delocalizzi” almeno una cinquantina di miliardi di euro l’anno). Sempre citando il Corriere: “Qualunque accordo con la Svizzera non dovrebbe prescindere da due condizioni minime. I capitali illecitamente esportati rientrino in Italia fisicamente, e non soltanto virtualmente. E per ogni conto corrente il Fisco italiano conosca il nome e la faccia del reale titolare. Soltanto così sarà possibile far digerire la cosa a milioni di contribuenti onesti.”

Francesco Benedetti


 

 

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