Brescello (Re), 9 dic – Il Consiglio di Stato ha confermato lo scioglimento per mafia del comune di Brescello, avvenuto nel 2016. Contro il provvedimento si era opposto Marcello Coffrini, l’allora sindaco del Pd, che ha visto rigettare il proprio ricorso dal massimo organo della giustizia amministrativa.

Il Consiglio di Stato nella sentenza di rigetto precisa inoltre che “non è credibile che il primo cittadino non fosse informato delle vicende giudiziarie di Francesco Grande Aracri”, condannato in giudicato per reato di associazione mafiosa. Grande Aracri, esponente dell’omonimo clan che domina la scena di Cutro nel crotonese, era descritto dal sindaco del Pd come “persona composta ed educata”, ma la sentenza di oggi chiarisce che “non è in alcun modo credibile che il primo cittadino vissuto e cresciuto a Brescello non fosse informato sulle vicende giudiziarie di Grande Aracri trattandosi di persona più che nota nel contesto locale. Le dichiarazioni del sindaco sono da considerarsi senz’altro gravi e dimostrano scarsa sensibilità riguardo alla presenza della criminalità organizzata sul territorio comunale”.

In più Coffrini, secondo i giudici, “nega consapevolmente il fenomeno mafioso, come dimostrano le risposte da lui date alla domanda se la criminalità organizzata costituisse un problema reale nel comune di Brescello“. Il riferimento è ad un’inchiesta svolta da alcuni studenti che, evidentemente più lucidi – o liberi – dei propri amministratori avevano avanzato domande sulla presenza della ‘ndrangheta a Brescello a vari soggetti, fra cui il sindaco. Questi aveva negato ogni fenomeno, nella più classica tradizione omertosa.

Eppure la cittadina emiliana, già nota per essere il borgo dove Guareschi ambientò la storia di Peppone e Don Camillo, ormai da tempo è stata ribattezzata “Cutrello”, proprio per il collegamento a doppio filo con il paese di Cutro, dove opera il clan Grande Aracri. Oggi la voce di popolo è anche voce dei giudici, che confermano il primato di Brescello: è il primo comune dell’Emilia a essere sciolto per condizionamenti mafiosi.

La sentenza si basa su vari e gravi fatti, come l’assunzione di persone legate a vario titolo alle cosche, le minacce subite da politici locali, le varianti al piano regolatore richieste da ditte a cui il Comune non aveva chiesto l’informativa antimafia. O ancora i sussidi concessi a soggetti palesemente collusi con le cosche, i permessi per speculazioni edilizie gestite dalle famiglie di Cutro. In questo quadro fosco emergono “le dichiarazioni e il comportamento del sindaco” in occasione dell’intervista rilasciata agli studenti, in cui Coffrini difendeva il boss e negava l’esistenza della malavita organizzata nel suo comune. Il rapporto della famiglia Coffrini con i Grande Aracri fra l’altro non nasce con Marcello: suo padre Ermes Coffrini, avvocato, a sua volta sindaco di Brescello per 19 anni (Ds prima e Pd poi), quando era in carica aveva difeso in giudizio la famiglia calabrese per abusi edilizi a Cutro. Intervistato sulla vicenda del figlio, l’ex sindaco ha dichiarato: “Posso dire questo: chi dice che la zona è fortemente infiltrata è smentito dai fatti”. I fatti che motivano la sentenza del Consiglio di Stato. Buon sangue non mente.

Ettore Maltempo

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