26758-enrico-lettaRoma, 19 nov – Anche il governo Letta ha varato il suo Decreto – Scuola, che al suo interno contiene una mini – finanziaria sul quale è giusto fare qualche riflessione. Tralasciando i provvedimenti di ordine organizzativo e sindacale, sarebbe prima di tutto importante concentrarci su un paio di cifre. La prima fa riferimento al fondo stanziato dallo Stato per ristrutturare le scuole che cadono a pezzi: 450 milioni di euro divisi in una prima tranche da 150 e una seconda da 300. La seconda invece è la somma degli aiuti di stato alle scuole private a rischio chiusura: 480 milioni euro. Potrà sembrare assurdo, ma in questa Italia dei paradossi succede anche che il governo stanzi più fondi per finanziare le scuole private piuttosto che per rimettere in sesto le proprie. Che cadono a pezzi.

 

Giusto per citare un paio di dati (riferiti ad un’indagine pubblicata alla fine dello scorso anno) una scuola statae su sette presenta lesioni strutturali, mentre in una su cinque si rilevano distacchi di intonaco. Il 40% degli istituti, poi, mostra uno stato di manutenzione inadeguato, per non parlare dei servizi igienici: in una scuola su due mancano sapone, salviette e carta igienica. Stessa situazione per quanto riguarda medicinali e attrezzature per il pronto soccorso. E potremmo continuare trascrivendo pagine intere di dati riguardanti il precario stato delle strutture scolastiche e delle dotazioni. Situazione grafissima quindi alla quale, almeno per quanto riguarda l’essenziale, hanno provato ad intervenire le famiglie: basti pensare che soltanto nell’ultimo anno i genitori hanno finanziato le scuole dove vanno i figli con “contributi volontari” per 390 milioni di euro.

 

Ed ecco che si aggiunge un altro numero importante: mentre lo stato eroga mezzo miliardo di aiuti alle scuole private (che al pari delle più celebri banche non saranno “nazionalizzate”, ma semplicemente “salvate” dallo Stato) i suoi cittadini devono spendere altrettanto frugandosi in tasca per poter permettere ai loro figli di frequentare una scuola pubblica dignitosa. Il paradosso è evidente, E tira nuovamente in ballo l’annoso problema della scuole parificate. Residuo di un medioevo nel quale lo Stato non concepiva l’idea del “servizio pubblico” gli istituti di istruzione privata sono prosperati non soltanto grazie alle rette degli studenti, ma quasi sempre godendo di ricchi finanziamenti da parte degli enti pubblici: se si sommano quelli erogati dallo Stato a quelli riconosciuti dalle regioni, province e comuni si tocca la cifra del miliardo e mezzo. Mentre agli istituti pubblici sono stati decurtati quasi dieci miliardi di euro in un decennio.

 

La condizione del nostro sistema scolastico è evidente: a conti fatti, il rischio è che la gente si arrenda all’idea che, tutto sommato, sia preferibile fare qualche sacrificio in più e mandare il figlio a scuola “dai frati” piiuttosto che abbandonarlo in edifici fatiscenti nei quali, solo nel 2013, si sono registrate 29 “tragedie evitate” provocate da crolli strutturali, cadute di oggetti dai cornicioni, o semplici incidenti dovuti alla scarsa manutenzione. Se questo si verificasse, le conseguenze sarebbero due: prima di tutto la scuola diventerebbe a tutti gli effetti una forma di selezione classista. Se hai i soldi puoi studiare decentemente, altrimenti no. Seconda di poi, una migrazione massiccia verso istituti privati sarebbe una sconfitta per lo Stato, che drena una marea di tasse dai cittadini e poi non è in grado di garantir loro neanche un tetto sotto al quale studiare.

Francesco Benedetti

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