giorgio-napolitanoRoma, 6 dic – L’immigrazione non è un destino. Anzi, bisogna operare affinché ciascun individuo riesca a essere, sì, “una risorsa”, ma per la propria nazione, contribuendo al benessere del proprio popolo, non di quello altrui.

Il principio è sacrosanto e anche un po’ scontato, ma in questi tempi di confusione fa piacere sentirlo ribadire, soprattutto se a farlo è la prima carica dello Stato. Sì, proprio lui, Giorgio Napolitano. La cosa può sorprendere e forse sorprenderà anche lui, che finora ha sempre sposato in pieno la retorica immigrazionista, ma se la logica non è un’opinione, questo è quello che dobbiamo dedurre dalla lettera del Capo dello Stato pubblicata oggi sul sito del Quirinale. Si tratta di una risposta alla missiva inviatagli da Cosimo Lacava, ricercatore 32enne trasferitosi in Inghilterra non trovando sbocchi professionali e scientifici in Italia.

A Lacava, Napolitano scrive: “Purtroppo come tanti altri ricercatori meritevoli e di talento anche lei non ha trovato in Italia le condizioni necessarie per continuare le sue ricerche e si è trasferito all’estero dove ha trovato adeguate e soddisfacenti opportunità di lavoro. Lei giustamente sostiene che questa non deve essere una scelta obbligata e che l’investimento fatto per la sua formazione dovrebbe poter essere utilizzato per il bene e lo sviluppo del nostro Paese”.

Come non sottoscrivere? Ribadiamo: emigrare “non deve essere una scelta obbligata”. E questo perché? Perché la formazione ricevuta dallo Stato da ciascuno di noi “dovrebbe poter essere utilizzata per il bene e lo sviluppo del nostro Paese”. Cristallino.

Quello che non si capisce, allora, è perché questo non debba valere per giovani, mettiamo, del Nordafrica. La tanto benedetta immigrazione è forse un meccanismo di sistematico impoverimento delle economie o delle società dell’altro lato del Mediterraneo? Ma questa è una cosa terribile, cosa c’è di umanitario? È rapina pura e semplice.

Oppure la differenza fra i due casi è che i paesi del Nordeuropa e gli Usa pompano dall’Italia ricercatori, studiosi, scienziati, mentre da noi arrivano immigrati con un grado di istruzione bassissimo, tra i più bassi dell’area Ocse, come ha recentemente rilevato lo stesso istituto, paventando in questo anche “un potenziale rischio per il futuro”? Ma allora dov’è la risorsa?

Insomma, come la mettiamo la mettiamo, le cose non quadrano. Perché delle due l’una: o la terra è il “flat world”, la superficie piatta e senza confini in cui tutti vanno e vengono perché “ne hanno il diritto” senza riguardi per preoccupazioni arcaiche come “il benessere dello Stato”, oppure riconosciamo che l’immigrazione è innanzitutto impoverimento, spoliazione, violenza. Un crimine commesso contro la nazione di partenza. E, nel caso in cui non si tratti di ricercatori d’avanguardia, anche contro quella d’arrivo.

 

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