Non si improvvisa dal nulla una rivoluzione

tricoloreRoma, 19 dic – La manifestazione di Piazza del Popolo rappresenta l’apogeo e allo stesso tempo la fine del movimento del 9 dicembre. Si è detto che ci fosse poca gente: è vero, ma almeno a metà pomeriggio un bel colpo d’occhio c’è comunque stato mentre sui numeri dichiarati ai giornali è mancata forse quella malizia tipica di macchine organizzative più rodate, che giocano sempre a barare un po’. Ma il flop non è stato tanto quantitativo (che ci si aspettava?) quanto qualitativo.

Gli organizzatori non hanno voluto dotarsi di una rivendicazione politica e di contenuti. La capacità di tracciare una netta linea di demarcazione fra popolo arrabbiato e pazzi mitomani, concedendo il microfono a chiunque, è del tutto mancata. E parallelamente, mentre si trasformava la piazza in uno Speakers’ Corner pericolosissimo, paradossalmente si moriva di paura per il fantomatico pericolo “infiltrazione” e lo spettro dell’“estremismo”.

E ora, dopo un pomeriggio passato a gridare “tutti a casa”, restano tutte le perplessità della vigilia. Ovviamente non si tratta di essere “delusi” da un movimento che fin dall’inizio ha mostrato limiti evidenti così come potenzialità interessanti, potenzialità che tuttavia è sempre parso difficile concretizzare qui e ora.

Già giorni fa, il Primato Nazionale scriveva: “La protesta deve diventare grande. Il che significa darsi una piattaforma rivendicativa minimale, in grado di rappresentare tutti, ma non di meno precisa, puntuale. Non sappiamo se questo avverrà. Di sicuro, da qui a breve, non ci saranno rivoluzioni reali. E magari tra un mese parleremo dei forconi come di un fenomeno lontano ed esaurito”.

 

Come si vede, non c’era da aspettare Piazza del Popolo per capire i limiti di questo movimento. Nello stesso articolo, tuttavia, si diceva anche che pur andando incontro il movimento a una prevedibile implosione, “le battaglie di questi giorni potrebbero non andare del tutto perdute. Per la prima volta da un sacco di tempo, infatti, degli italiani sono scesi in piazza in tutta la Penisola sotto le insegne del tricolore, senza il coordinamento centrale di alcuna grande entità sociopolitica. Nessuno ha pagato trasferte, distribuito fischietti, spiegato i cori da fare. Nessun intellettuale ha solidarizzato, nessun teorico della disobbedienza civile ha invocato la legittimità della ribellione. Un paio di politici hanno provato con scarso successo a salire sul carro, ma poco più. Il fatto politico e sociale però c’è stato ed è ormai un dato incancellabile”.

Sì, il fatto politico c’è stato. Ma per capitalizzarlo occorrerà un lavoro metodico, paziente e soprattutto politico. Altro che “tutti a casa”.


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