DENUNCIA DEL PAPA: ANCHE NELLA CHIESA CI SONO ARRAMPICATORI

Dopo uno scambio epistolare pubblico, avvenuto sulle pagine di Repubblica, tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco, il fondatore del quotidiano progressista è riuscito a ottenere un incontro col Santo Padre, da cui è nata una lunga e densa intervista pubblicata martedì scorso. A confronto, dunque, il guru neo-illuminista della borghesia al caviale e l’emulo del santo d’Assisi. Un incontro tutt’altro che banale, che di certo fa scalpore e che, di conseguenza, merita l’attenzione dei media. Luci sul sipario, quindi.

Non si può proprio dire che il Papa non abbia fatto le sue concessioni a quel santone laico di Scalfari, il quale, viste le primissime aperture «populiste» del vicario di Cristo, aveva ben pensato di gettare l’esca con due lettere aperte (7 luglio e 7 agosto) per vedere se la preda avrebbe abboccato. Missione compiuta, non c’è che dire. L’intervista, peraltro, coglie nel segno, tanto che Scalfari può permettersi questa chiusa ultra-retorica: «Se la Chiesa diventerà come lui la pensa e la vuole sarà cambiata un’epoca». In effetti, Francesco si è sbottonato parecchio, raggiungendo l’apice con dichiarazioni di questo tenore: non esiste una «verità assoluta», il «proselitismo è una solenne sciocchezza». Sicuramente più di un fedele avrà storto il naso, ma non è questo ciò che è interessante. Al di là di tutta la retorica trita e ritrita sul dialogo, l’amore e la tolleranza, infatti, emerge nettamente la figura di un Papa che vuole piacere. Un Papa pop, insomma.

Un pontefice che si immerge nella folla, bacia gli invalidi, dialoga con i progressisti, indice manifestazioni per la pace nel mondo, rinuncia agli alloggi vaticani per la più sobria Santa Marta, è un pontefice chiaramente alla mano, affabile e disponibile. Uno, insomma, che ti può chiamare al cellulare. E, infatti, quasi è venuto un infarto a Carlo Petrini, il fondatore, anch’egli con chiaro pedigree progressista, di Slow Food. E anche qui si parla delle solite banalità: amore per il prossimo, aiuto ai poveri e ai disperati. E, cioè, agli immigrati.

Perché il punto è proprio questo. Un pontefice che si scaglia contro i residui di temporalismo presenti nella Chiesa e, al contempo, dichiara che si vuole occupare soltanto del nutrimento spirituale dei suoi fedeli, per quale motivo dovrebbe poi occuparsi di una questione (politica, per l’appunto) così delicata come l’immigrazione? È facile dire che il problema peggiore per i giovani è la disoccupazione e la mancanza di certezze, più coraggioso sarebbe però dire che queste problematiche sono in gran parte causate dalla presenza spropositata di manodopera allogena a basso costo che calmiera i salari e, insieme, occupa i primissimi posti nelle liste per l’assegnazione di case popolari. Hai voglia a dire che «il cosiddetto liberismo selvaggio non [fa] che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi», ma allora sarebbe giusto ricordare che l’immigrazione è una risorsa proprio per i nuovi schiavisti che, guarda caso, sono tra i liberisti più accaniti. Altro che dialogo spirituale e amore universale. Qui la questione è politica.

E allora parliamoci chiaro. Papa Francesco, il Papa «moderno», «popolare», «rivoluzionario» e che piace a sinistra, forse non è poi così innovatore o innocente. Perché, non è un mistero, l’immigrazione è da molto tempo a questa parte una risorsa anche per la Chiesa cattolica apostolica romana, e in particolare per la Caritas. I discorsi sul dialogo, la fratellanza e l’accoglienza nascondono in realtà interessi (politici, per l’appunto) molto concreti. Ma forse c’è pure qualcosa di più in ballo e che ci può spiegare perché il pontefice massimo si sia rifatto un look pop, scriva a Scalfari e telefoni a Petrini. E ce lo spiega proprio lo stesso Scalfari in una domanda a Francesco: «voi cristiani adesso siete una minoranza. Perfino in Italia, che viene definita il giardino del Papa, i cattolici praticanti sarebbero secondo alcuni sondaggi tra l’8 e il 15 per cento. I cattolici che dicono di esserlo ma di fatto lo sono assai poco sono un 20 per cento». Insomma, la fede cristiana non attira più, i giovani abbandonano le parrocchie. L’austero Ratzinger quindi, uomo coltissimo e teologo raffinato, non era probabilmente un buono sponsor per la Chiesa in difficoltà. E, allora, che c’è di meglio di un Papa cool, di un Papa sprint? Ma intanto, anche con questo pontefice «che piace», l’Italia continua a morire.

Valerio Benedetti

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