ostiense2Roma, 14 dic – L’incapacità pressoché generale, da parte degli analisti dei media italiani, di comprendere il fenomeno ora in atto della cosiddetta «rivolta dei forconi» rivela uno scarto impressionante tra l’ideologia dominante e la concreta realtà della piazza. Già il fatto di ridurre un movimento di popolo (il «movimento del 9 dicembre») ai soli «forconi» è indicativo. Lo stesso Letta ha cercato di confondere le acque, proponendo un’inesatta identificazione della rabbia generale di tutto un popolo con le più prosaiche rivendicazioni di una sola categoria economica (quella degli autotrasportatori). Quanto ci sia in tutto questo di abbaglio in buona fede o di deliberato riduzionismo di comodo non è facile dire.

Quel che è certo, tuttavia, è che la classe dominante, a causa delle sue (autoprodotte) sovrastrutture ideologiche rassicuranti, non possiede gli strumenti adeguati per comprendere una realtà che sta emergendo sempre più prepotentemente dal cuore stesso di quel popolo che pretenderebbe di rappresentare. Una delle fonti di tale incomprensione è l’utilizzo insistito del termine «populismo», usato in maniera dispregiativa per bollare ogni fenomeno schiettamente popolare che non combacia con l’immagine idealizzata (e, aggiungerei, tristissima) del cosiddetto «ceto medio riflessivo». In realtà, il concetto di populismo non nasce con un’accezione negativa ma, al contrario, indicava tutti quei movimenti politici (organizzati o spontanei che fossero) che nascevano in Paesi poveri e poco industrializzati contro le oligarchie al potere, spesso attraverso la catalizzazione del rancore popolare attorno a un capo carismatico.

Tant’è che il populismo propriamente detto nasce tra gli ambienti rurali impoveriti della Russia di fine XIX secolo, ma possono essere definiti «populisti» anche il peronismo argentino o il nasserismo egiziano. Lo stesso Ernesto Guevara, detto «Che», può a giusto titolo rientrare nella categoria del populismo latinoamericano, visto che, da una parte, sosteneva le classi dei miserabili e dei diseredati e, dall’altra, nonostante una confusa retorica comunista, combatteva al grido di «patria o muerte». In seguito, invece, si è voluto confondere il termine populismo con il concetto di «demagogia», rendendolo così di fatto un doppione inutile, al fine di squalificare ogni movimento schiettamente popolare cui non si potesse far calzare il proprio cappello politico, di partito o di sindacato. Credo, peraltro, che in Italia si possa far risalire l’uso negativo del termine al politologo Nicola Matteucci.

Ad ogni modo, la svalutazione del populismo a mera demagogia (ossia l’utilizzo strumentale delle rivendicazioni dei ceti popolari da parte di spregiudicati capi-popolo) è totalmente inservibile per spiegare le attuali proteste in tutta Italia, del resto prive di una vera guida «tribunizia». Tali proteste inoltre, lo si sta vedendo, sono assolutamente anti-ideologiche e apartitiche. Ma, al contempo, non certo apolitiche o antipolitiche, dato che trascendono il mero disagio economico per abbracciare una più generale critica alla «casta» dominante. Il tutto, ovviamente, avviene ancora a livello per lo più epidermico, ma in ogni caso non si tratta unicamente di banali interessi di categoria. Per questo motivo, gli incasellamenti schematici e ideologici degli analisti benpensanti sono andati in tilt, cortocircuitati da un sentimento confuso ma genuino che, pian piano, si sta facendo popolo.

152213617-2c2cb162-5ead-44aa-8be4-173cf813926fUn altro dato, poi, ha spiazzato tutti: il simbolo della protesta non è la falce e il martello, non è la bandiera arcobaleno della pace e delle minoranze, ma il tricolore. È, cioè, lo stendardo del popolo. Di tutto il popolo. Il popolo oppresso dai debiti, strozzato dalle banche e da Equitalia, soffocato dalle tasse di uno Stato rapace e asservito a lobby antinazionali e antipopolari. Si sventola il tricolore, si canta l’inno di Mameli, si chiede sovranità, nazionale e monetaria. Eppure, i soliti soloni dei salotti buoni ci hanno sempre detto e ripetuto che lo Stato nazionale è un’anticaglia superata dal «progresso», come fosse un destino scelto per noi da qualcun altro. E ci hanno detto che non c’è più l’Italia, ma l’Europa e il pianeta globalizzato. E invece no, il popolo ha impugnato il tricolore. Perché, nonostante tutto, l’Europa non è (ancora) realtà vivente, tangibile, per lo meno non l’Europa di Bruxelles e di Francoforte.

L’Italia, invece, si può toccare con mano. L’Italia è il vicino di casa che parla la tua lingua, il tuo dialetto e ti capisce, è il commerciante sotto casa che deve chiudere bottega mentre tu osservi le tue cartelle Equitalia. È tuo figlio che va all’università e che già sa che non troverà lavoro, è il tuo amico che si è suicidato, è tuo padre che agonizza con una pensione da 500 euro al mese. Questa realtà non si vede da Montecitorio, dalle redazioni dei giornali progressisti, dai salotti ovattati della borghesia al caviale. No, signori, l’Italia non è stata superata dalla «storia», dal «progresso», dall’amore universale tra i popoli. L’Italia esiste, è viva, è in piazza, è incazzata e, forse, sta per venire a prendervi a calci nel culo.

Valerio Benedetti

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