europarlamentoUna volta tanto un’analisi non deve partire da zero, dalle api e i fiori perché quella esposta lunedì da Adriano Scianca nel Primato nazionale e pubblicata anche da noi [su noreporter.org – ndr] il giorno seguente, è precisa, puntuale e concreta.
“Non è tutt’oro quel che luccica; c’è populismo e populismo; la Francia? Speriamo!; nazionalisti in lite tra loro; nessuna linea comune e nessun progetto; si vedrà da domani.”
Questa, in sintesi, la panoramica di Adriano sull’effetto del voto.

Condivisibile al cento per cento.

Intendo integrarla affrontandola da tre ottiche diverse.
La consistenza.

La negatività in atto.

La positività in potenza.

 

Consistenza

In quanto alla consistenza nessuno s’illuda.
I populisti “euroscettici” piazzano tra un sesto e un quinto del totale degli eurodeputati. Sono divisi in almeno tre gruppi distinti; in molti casi non si frequentano tra loro. L’UKIP schifa Marine Le Pen la quale non risparmia strali avvelenati ad Alba Dorata; Jobbik ha qualche problema con entrambi e così via.
Facendo finta che tutti costoro trovino un comun denominatore che non sia il semplice risentimento qualunquista, rappresenterebbero comunque una minoranza esigua.
Tra l’altro in un’ottica, quella della democrazia parlamentare, del tutto irrisoria. Visto che, in Europa ancor più che in Italia, il Parlamento ha solo la funzione d’impacciare i lavori e nessun potere effettivo. Finché ci sarà mancanza di un potere centrale, conteranno le commissioni.
Per agire in qualche modo sarebbe necessario che una minoranza anche esigua fosse in condizioni di operare non per rassicurare l’elettorato con il marketing cialtrone ma per imporre sterzate o quantomeno per proporle in modo serio e condivisibile.
E dovrebbero disegnare un vero progetto.

In caso contrario fungeranno da zavorra; e la zavorra contrariamente a quanto essa stessa pretende, non serve che a rafforzare il potere dei proci in assenza del ritorno di Ulisse.
Non è da prendere sottogamba la soddisfazione di Prodi per il voto “euroscettico”; quest’uomo della London School, questo agente di cambio della City, inoltre rappresentante in Europa degli interessi cinesi, valuta positivamente l’avanzata “euroscettica” perché permetterà a suo dire d’incalzare la Germania. Che resta l’obiettivo primario delle offensive imperialistiche in Europa. Da parte inglese innanzitutto, americana senza dubbio e, dopo la svolta del 2011, anche russa.

 

Negatività

I dati negativi dell’ubriacatura del nazionalpopulismo “euroscettico” sono iscritti nel dna delle sue componenti.Nella politica-spettacolo in cui tutti si esaltano per le cifre e assistono alle elezioni come se si trattassero di show fini a se stessi, un mix tra “Amici” e il campionato di calcio, la politica intesa come professione e come relazione cialtrona tra domanda e slogan d’offerta produce nullità circondate da mediocri.
Altra cosa quando, come avviene in Grecia e in parte in Ungheria, si tratta di un partito ancorato nel popolo che opera quotidianamente con strutture al contempo economiche, sociali e politiche.
Non così quando – come avviene quasi ovunque, di certo in occidente senza che la Francia faccia eccezione – il rapporto è astratto, verbale, scollato tra l’azienda-partito e il popolo-target.
Ed è, maledettamente, la stragrande maggioranza dei casi di queste pattuglie.
C’è di peggio. Alba Dorata decapitata, a finire a Bruxelles non sono stati i suoi quadri storici ma due militari e il padre di un Caduto cui l’elettorato ha reso onore. Un effetto, insomma, da Destra Nazionale. Anche il partito che ha una classe dirigente composta da gente seria e non da arrampicatori e saltimbanchi si ritroverà rappresentato “a valle” da uomini che non han fatto la gavetta e che saranno tentati a formarsi delle opinioni proprie. Il che è l’origine di tutti i mali.
Le prospettive non sono delle migliori, e questo senza entrare nel merito di dipendenze inquietanti che in molti hanno scordato. Una gran parte dei partiti “euroscettici” se n’era andata in pellegrinaggio a Tel Aviv o a New York prima di ricevere copiosi finanziamenti, quasi tutti sotto forma di rubli (Yalta contro l’Europa non è mai morta).
Insomma in parecchi dipendono da potenze straniere e non avranno margini di manovra autonomi, ammesso che abbiano la personalità sufficiente per avere autonomia.

Di fatto il rischio che la soddisfazione di Prodi sia fondata e che coloro che scambiamo per nostri rappresentanti siano i franchi tiratori di tutte le potenze nemiche è altino.
E si somma ad un altro, ancor peggiore: l’ubriacatura delle cifre, scollata dal realismo, spingerà nuovamente e massicciamente a pietire, a miagolare, a inseguire chimere elettoralistiche per un marinismo italiota che non è in ogni caso riproponibile perché lo stesso fenomeno sociopsicologico lo abbiamo vissuto vent’anni fa ed è il berlusconismo. Al di là di quel che si pensi di Marine e di quel che qualcuno forse si aspetti da lei, non è imitabile perché è già un’imitazione e, grazie appunto a tutte le mancanze che ravvedo tuttora, l’originale l’abbiamo fatto abortire proprio noi.

 

Positività

Una potenzialità in senso positivo esiste.

Risiede proprio nella disastrosa condizione delle pattuglie “euroscettiche” che non saranno composte solo da chi va lì per incassare il gettone, per fare vetrina o per obbedire ai finanziatori nemici.
Chi si rimboccherà le maniche sarà chiamato a fare proposte e a compiere azioni.
Ebbene: è qui che si gioca la partita.
Necessitano proposte di cambi radicali dell’Europa, a partire dalla riscrittura di tutti i trattati e dei parametri finanziari nella direzione di una sovranità al contempo popolare ed europea. Con un potere centrale, su logica confederata e struttura corporativa, che vada a rintuzzare le lobbies, le oligarchie, le burocrazie che prosperano a metà del guado tra le sovranità nazionali tramontate – e che nessuno riesumerà senza la potenza satellitare – e quella europea non varata.
Una sovranità popolare europea che integri e rappresenti le sovranità nazionali, che sono possibili in una geografia confederata e in un’architettura socioeconomica corporativa, è la meta a cui tendere rapidamente. Con una valuta controllata dal popolo ma in grado d’imporsi nei cambi, senza dimenticare mai le guerre che l’ascesa dell’Euro ha scatenato da parte americana, le carriere che ha visto stroncare per la sua potenzialità.

Di converso si devono definire le priorità gerarchiche di avversari e nemici, andando sì a incalzare la Germania ma non a scalfirla. Ponendo invece Londra come il nemico primo all’interno del perimetro, cosa che in effetti essa è.
Bisognerà proporre modelli esportabili: in primis l’ungherese, ma anche l’islandese.
Si dovrà operare non in direzione pro o anti-europeista; ovvero né “eurocrazia” né “euroscetticismo” ma alla conquista dei nostri destini.
Qualcosa del genere potrà nascere anche dalle liti, dalle divisioni, dalle scissioni, dalle delusioni, dai fallimenti a cui la pattuglia “euroscettica” è destinata per l’eccesso di qualunquismo e di cialtroneria di cui è portatrice così come qualunque altra espressione partitica di oggi che, come impongono i tempi, è fondata sul gossip, sulla fiction, sull’esibizionismo e non sulla strutturazione.
La quale soltanto resiste alle oscillazioni del circo democratico dietro le quali si stagliano solidi gli interessi dei poteri forti che nessuno ha mai intaccato né intaccherà a parole e men che meno con toni scalmanati e scenari apocalittici. Non esistono strilli che marcino al posto degli squadristi.
E dove manca squadrismo si può anche fare il 60% dei voti, non cambierà nulla. Si faranno solo pessime figure una volta chiamati alla prova.

Squadrismo e avanguardismo. Il resto è noia o avanspettacolo.

Gabriele Adinolfi

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