Per Prodi questa Ue è un disastro. Ma non l’aveva creata lui?

Ucraina: Prodi a Putin, usiamo insieme i gasdotti di Kiev

Romano Prodi col presidente Russo Vladimir Putin

Bologna, 26 mag – Grecia, Polonia e immigrazione, questi i tre pilastri del pessimismo espresso dall’ex presidente del Consiglio Romano Prodi nell’odierna intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

Il paese ellenico per ovvie ragioni, legate alla oggettiva impossibilità per le casse di Atene di restituire i prestiti contratti con la ex Troika (Commissione europea, Bce e Fmi), tra cui il contributo italiano che strani personaggi di primo piano del Pd renziano vorrebbero aggravare con una nuova tassa. Con un bersaglio facile, per il rottamatore dell’Iri e svenditore dell’industria italiana – la solita Germania – nazione affetta da sempre dallo stereotipo della scarsa simpatia (forse in minima parte anche giustificato) ma popolo dotato del pregio indiscutibile di saper fare blocco compatto per qualsiasi scopo decida di prefiggersi.

In questo senso, la gestione apparentemente ottusa della politica economica comunitaria a guida tedesca lamentata dall’anziano economista bolognese manca, almeno sul versante italiano ma non senza validità anche per la Grecia e gli altri paesi del sud Europa, di rammentare che nessuno in fondo ci ha costretto a rinunciare alla nostra comoda villetta con giardino per unirci a un condominio di improbabili – nella realtà, impossibili – regole comuni, né tanto meno di accettare un cambio Lira-Euro così fortemente sbilanciato da aver pesato come un macigno sulle possibilità di sviluppo futuro.

Né, infine – seppure la questione fosse più sottile ma certamente alla portata dell’indubbia intelligenza del Professore – doveva sfuggire che la dinamica demografica suicida dell’Italia avrebbe agito sinergicamente ai vincoli comunitari per altro già assunti da anni ai tempi dell’Euro per deprimere sempre più la dinamica economica.


La sequela di recriminazioni sull’Europa procede col tema dell’immigrazione, sul quale Prodi lamenta un vero e proprio tradimento da parte dell’Europa, che prima annuncia un piano ambizioso e solidale, e poi – paese per paese – si tira indietro, fino a un compromesso completamente sbilanciato sulle spalle dell’Italia, senza dire però che la relativa responsabilità ricade molto più sull’inetto governo italiano che su qualsiasi altro soggetto, anche se attribuire a Renzi soltanto “richiami alla solidarietà europea” non pare proprio un attestato di grande stima. In ogni caso, lo stesso Prodi non pare aver afferrato per niente la straordinaria entità del problema immigrazione anche in relazione alla già menzionata dinamica demografica nazionale, né avere alcuna idea sul danno reale apportato all’economia italiana, già stimato su queste colonne in molto più di cento miliardi di euro all’anno.

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Base Nato in Polonia. La Polonia pare seguire sempre più la Nato rispetto all’Europa, in funzione anti-russa

In quanto alla Polonia, il politico ed economista bolognese vede nelle ultime elezioni presidenziali tenute in quel paese, che ha visto l’affermazione dell’ultra-nazionalista ed euro-scettico Andrzej Duda, molto anti-tedesco ma soprattutto ferocemente anti-russo, contro il candidato del presidente del consiglio europeo Donald Tusk, una importante fonte di problemi per l’Unione.

E proprio in relazione alle tensioni con la Russia, con il reciproco scambio di sanzioni, la pressione politica e militare della Nato e – a traino – della stessa Ue, Romano Prodi segnala, dimostrando maggiore lungimiranza rispetto ai suoi successori (Berlusconi escluso): “Isolare la Russia è un danno. Il problema è avere chiara l’idea di dove devi arrivare. Se vuoi che l’Ucraina non sia membro della Nato e dell’Ue, ma sia un Paese amico dell’Europa e un ponte con la Russia, devi avere una politica coerente con questo obiettivo. Se l’obiettivo è portare l’Ucraina nella Nato, allora crei tensioni irreversibili”. Nonché, aggiungiamo, se come è ormai purtroppo probabile le tensioni saranno veramente irreversibili, l’Europa dovrà pensare fulmineamente non tanto a come far funzionare le industrie ma a come scaldarci d’inverno.

L’intervista all’uomo che nel bene (poco) e nel male (parecchio) ha segnato tanti decenni di economia e politica nazionale, e tuttora viene ampiamente ascoltato (e per questo diamo spazio ai suoi ormai rari interventi) termina sulla questione Isis, con specifico riferimento alla Libia, ferita aperta e sanguinante per l’Italia non solo in prospettiva storica ma assai concretamente per gli approvvigionamenti energetici. Purtroppo – e qui il nostro pare del tutto sincero – senza ricette utili, salvo un generico avvertimento sulla inopportunità di spedirvi forze militari sul terreno (inopportunità di cui ci permettiamo di dubitare) e un altrettanto velleitario appello a un accordo tra le grandi potenze. Che, forse, ci fornisce anche il metro della insipienza delle classi politiche tradizionali rispetto a un fenomeno scientemente allevato e poi sfuggito di mano.

Francesco Meneguzzo

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