Se la ripresa di Renzi si chiama recessione

recessione-645x483L’Italia è ufficialmente in recessione. Di nuovo. Nella stima preliminare dell’Istat sul Pil si rileva il segno meno, per il terzo trimestre consecutivo. Se si considera che l’ultimo segno positivo è stato registrato a fine 2013 (+ 0,1%, appena una flebile speranza) e che questo seguiva a ben due anni consecutivi di cali, le speranze di un ripresa tra 2014 e 2015 sono al lumicino. In termini assoluti è come se l’Italia fosse tornata indietro di quattordici anni, a quel 2000 che salutava festante l’adesione italiana al progetto Euro. In termini relativi, per un’economia che si basa essenzialmente sull’espansione continua della produzione e del consumo, questa crisi ci è già costata un trentennio: quattordici anni di recessione ed altrettanti di mancata crescita.

Trent’anni. Una generazione investita in pieno e spazzata via dal panorama economico mondiale. Ma non si tratta di una casualità: la cosa più sbagliata che si può fare (e che politica e giornali stanno facendo) è considerare la crisi e la ripresa come effetti di un fato avverso. Un atteggiamento superstizioso di cui si avvantaggia solo chi è veramente responsabile di tutto questo. Il Parlamento, in primo luogo: l’Italia è un paese bloccato incapace amministrarsi, figuriamoci di fare le riforme. E figuriamoci, ancora di più, di fare scelte coraggiose, di costituire un governo forte in grado di stabilire una direzione ed avere la costanza di seguirla.


Il nostro paese non paga il prezzo di politiche sbagliate: paga il prezzo della non – politica, dei partiti che assomigliano sempre di più a società di servizi che amministrano il consenso e se lo litigano come fossero broker al mercato azionario. E in questa gara a chi la spara più grossa l’Italia ristagna nella depressione più tragica dal dopoguerra ad oggi, mentre l’Unione Europea impone commissari e tagli alla spesa utili soltanto a far diventare l’Italia un Bangladesh dell’Occidente.

Poi ci sono le grandi aziende. Che finchè erano di proprietà dello Stato non brillavano (per lo più) ma almeno garantivano la tutela dei settori strategici e l’occupazione. Da un decennio società come la Fiat stanno cercando di diventare corporations in stile americano, con i tragici risultati di oggi, con la sopracitata in flessione dell’8%, le crisi occupazionali, la flessione dei salari e la chiusura degli stabilimenti.

L’Italia chiede riforme dagli anni ’80. Forse è giunto il momento di chiedere un cambio di rotta più radicale. Forse è giunto il momento della rivoluzione. Che non si chiede. Si fa.

Francesco Benedetti

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