Roma, 8 ott – Le polemiche che da tempo investono il progetto del MUOS in Sicilia, ossia la costruzione di una stazione di telecomunicazioni satellitari della Marina Militare statunitense, hanno riacceso i riflettori sul controverso tema delle basi militari americane disseminate sul nostro territorio e sulle conseguenze che questa presenza determina a livello politico e geopolitico.

É ormai evidente come, ogni qual volta venti di guerra comincino a soffiare sul Mediterraneo, il nostro Paese, in virtù della sua strategica posizione geografica, si trasformi nel trampolino di lancio per le missioni dell’esercito americano nell’area. Ultimo, in ordine di tempo, il caso libico, in cui le forze NATO hanno condotto molti dei raids aerei contro le forze lealiste del Colonnello Gheddafi partendo proprio dal nostro territorio.

Esposti evidentemente alle conseguenze di questi interventi, sarebbe più che mai necessario interrogarsi sull’effettiva utilità di questa presenza militare e valutare se sia o meno in contrasto con i nostri interessi nazionali.

La fine della Guerra Fredda avrebbe dovuto condurre ad una seria riflessione in materia e ad una eventuale riformulazione di accordi nati in un contesto internazionale molto diverso.

Basti pensare che il trattato fondamentale che disciplina lo status delle basi americane in Italia, l’Accordo bilaterale sulle infrastrutture (BIA), risale al 1954 e le sue disposizioni non sono mai state rese pubbliche.

Un’altro accordo in materia è il Memorandum d’intesa tra il Ministero della Difesa della Repubblica italiana e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (Shell Agreement) del 1995. Anche in questo caso l’accordo non fu pubblicato, ma nel 1998, a seguito della tragedia del Cermis, l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema dovette renderlo pubblico.

Questi accordi bilaterali furono la conseguenza degli impegni assunti dall’Italia nel quadro dell’Alleanza Atlantica, ma nel frattempo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, quella che in origine era un’alleanza a carattere difensivo, ha cambiato la propria mission sulla base di un nuovo concetto strategico elaborato a Washington alla fine degli anni Novanta.

Sono così state introdotte tipologie di intervento (peace-keeping, peace support operations, interventi umanitari, ecc), che di fatto hanno legittimato quello che non era e non è previsto dall’art.5 del trattato istitutivo NATO, ossia interventi militari di aggressione come nel caso della Serbia (1999) e della Libia (2011).

Molti giuristi si sono interrogati sulla compatibilità tra l’utilizzo di basi militari sul nostro suolo in operazioni di aggressione a Stati terzi e l’art.11 della Costituzione, che di fatto vieta la guerra di aggressione. Inutile riportare la vasta letteratura in materia e le cavillose interpretazioni che hanno finito per avallare la servile partecipazione del nostro Paese a questi interventi.

Resta il fatto che, in controtendenza con quanto sta avvenendo nel resto d’Europa, agli occhi del Pentagono l’Italia riveste oggi un ruolo chiave nella riorganizzazione generale della loro macchina bellica. Secondo il politologo Alexander Cooley “I funzionari della difesa degli Stati Uniti riconoscono che il posizionamento strategico dell’ Italia sul Mediterraneo e vicino al Nord Africa, la dottrina antiterrorismo dei militari italiani, così come la favorevole disposizione politica del Paese verso le forze Usa, sono fattori importanti per la decisione del Pentagono di mantenervi una grande base e la presenza delle truppe”.

Queste argomentazioni aiutano a comprendere il motivo per cui il ridimensionamento della presenza militare a stelle e strisce che ha investito il Vecchio Continente, non ha invece coinvolto il nostro Paese. In Germania, per esempio, “linea del fronte” durante la Guerra Fredda, negli ultimi anni il numero di soldati americani sul suolo tedesco è passato dalle 250 mila unità alle attuali 50 mila.

Al contrario, in Italia, il numero dei militari statunitensi si è mantenuto sostanzialmente costante (13 mila soldati a cui si aggiungono 16 mila membri familiari). Questo significa che, in proporzione, se nel 1991 sul nostro territorio erano presenti il 5% del totale dei soldati USA in Europa, attualmente siamo passati al 15%.

Un altro dato in controtendenza rispetto al resto dei Paesi europei, riguarda i considerevoli investimenti che Washington ha stanziato per ammodernare alcune delle basi presenti in Italia, come nel caso dell’aeroporto di Capodichino a Napoli e la Stazione Aeronavale di  Sigonella in Sicilia.

Quest’ultima regione, in particolare, oltre al già accennato progetto del MUOS, è addirittura diventata una delle maggiori basi operative dei Global Hawk, più comunemente noti come droni.

Per poter inquadrare al meglio queste linee di tendenza è necessario fare riferimento alla cosiddetta “Dottrina Obama”, cioè il complesso di principi che orientano le linee di politica estera del Presidente americano.

In evidente discontinuità con il suo predecessore Bush jr., l’Amministrazione Obama ha da tempo avviato quello che è stato definito un “ribilanciamento strategico” verso l’area dell’Asia-Pacifico, dove la Cina è ormai apertamente indicata come la principale minaccia agli interessi statunitensi.  Lo scacchiere mediorientale continua naturalmente ad essere oggetto di grande attenzione (la politica internazionale non è mai un gioco a somma zero), ma ovviamente non riveste più quella centralità che gli fu attribuita dai neocon durante la presidenza di Bush jr.

E’ in questa ottica che si chiarisce il progressivo ridispiegamento di soldati dall’Europa verso le basi del Pacifico e al contempo la funzione che l’Italia, in virtù della sua posizione geografica, ma anche della “favorevole disposizione politica del Paese verso le forze Usa”, ha assunto quale luogo privilegiato per vigilare sul quadrante mediterraneo, adeguando le infrastrutture militari presenti alle mutate esigenze operative.

A questo punto è lecito chiedersi quante siano esattamente le basi USA sul nostro territorio. I dati al riguardo sono abbastanza controversi. Secondo alcuni studi risulterebbero un centinaio circa, per altri, poco più della metà. Nel 2006, l’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi dichiarò alla Camera dei Deputati che in Italia erano presenti otto basi statunitensi disciplinate dagli accordi bilaterali tra i due Paesi.

Probabilmente queste cifre contrastanti sono il risultato della confusione che spesso viene fatta riguardo la distinzione tra “basi” propriamente dette ed “installazioni”. Ogni base si può comporre di più installazioni: depositi di munizioni, villaggio delle famiglie dei militari, deposito degli autoveicoli, ecc. Inoltre alcune basi sono ad uso esclusivo degli Stati Uniti, mentre in altri casi sono condivise con l’Esercito italiano o con la NATO. Per questo motivo, a seconda dei criteri adottati, il computo risulta così diseguale.

Al di là dei numeri, è però evidente come la questiona investa aspetti basilari per il nostro Paese, come il tema della sovranità o la promozione e la tutela dei nostri interessi nazionali.

Era nei nostri interessi economici e geopolitici la destabilizzazione della Libia? Sono nel nostro interesse le crisi che, sotto l’ingannevole etichetta di “Primavere arabe” hanno scosso molti paesi del Nordafrica con la complice ingerenza di alcune cancellerie occidentali? Visti i risultati, si può senza dubbio rispondere di no. Ancora una volta il caso libico è istruttivo. Un paese con cui nel corso degli anni erano stati stipulati favorevoli contratti economici in materia energetica e vantaggiosi accordi per contrastare i flussi migratori diretti verso le nostre coste, è stato gettato nel caos con la nostra masochistica complicità, in ossequio ai diktat della NATO (o di Washington, che poi è la stessa cosa). Il risultato è oggi quello di ritrovarsi un Paese distante poche centinaia di chilometri dai nostri confini ostaggio di milizie che gestiscono non solo i traffici di droga e di armi, ma anche il lucroso business della tratta di esseri umani, come le tragiche vicende di questi giorni ci ricordano.

D’altronde, anche il trattamento che il nostro principale “alleato” ci ha così spesso riservato, dovrebbe indurre un Paese sensibile al proprio prestigio internazionale, a prese di posizioni più decise. Senza andare troppo indietro nel tempo, basterebbe ricordare la tragedia del Cermis, l’assassinio del funzionario del SISMI Nicola Calipari, la vicenda legata al sequestro dell’imam Abu Omar da parte di un commando della CIA a Milano o ancora il recente scandalo Datagate, riguardante le intercettazioni da parte della National Security Agency ai danni di vari Governi, tra cui il nostro. Tutte vicende in cui l’Italia non ha saputo far valere le proprie ragioni, ma ha preferito chinare il capo di fronte all’arroganza statunitense.

Non si tratta di fare appello alla stantia retorica tanto cara ai nostrani movimenti pacifisti, ma di avviare una seria battaglia per il recupero della sovranità nazionale. Se lo scenario bipolare figlio della Guerra Fredda aveva drasticamente ridotto gli spazi di manovra, oggigiorno la nuova dimensione multipolare dello scenario internazionale offre molte più opportunità, che però richiedono coraggio, competenza, risorse e soprattutto volontà. Come quella di rivedere accordi che da tempo vanno solo a nostro svantaggio.

Massimo Frassy

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