Se Strasburgo impone la castrazione culturale

boldrini-3Roma, 8 gen – Che le figure del maschio e del padre fossero destinate a diventare due di quelle “figure del peccato” condannate dalla religiosità politicamente corretta assieme al fascista, al razzista, al populista e poi, via via sempre più generalizzando, all’europeo, al bianco e domani chissà chi altro – tutto questo, dicevamo, era già nell’aria da tempo.

Una recente sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sembra accelerare decisamente questo passaggio. I giudici europei hanno infatti dato ragione a due coniugi milanesi a cui lo Stato italiano impedì di registrare la figlia all’anagrafe con il cognome materno anziché quello paterno.

Ora la Corte di Strasburgo riconosce la discriminazione tra coniugi e il non rispetto della vita familiare e privata compiuta dallo Stato italiano nei loro confronti. I giudici sostengono che “se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne”.

Il premier Enrico Letta, che pure deve le sue fortune politiche molto più al cognome che alle sue doti di statista, ha subito twittato che “la Corte di Strasburgo ha ragione. Adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo”.


Fino ad oggi la legge italiana riconosceva la possibilità di aggiungere, con il consenso del marito, il cognome della madre a quello del padre ma non la possibilità di attribuire al figlio il solo nome materno senza passare attraverso quello paterno. Ci sono ovviamente delle eccezioni, pensiamo al caso di una madre naturale senza il riconoscimento da parte paterna.

Da cosa deriva questa presenza ineliminabile e imperativa del cognome paterno? Dall’ancestrale patrilinearità della nostra cultura che discende a sua volta dalle nostre origini indoeuropee. Società patrilineare non significa società “maschilista”: si tratta semplicemente di un principio di reclutamento e di organizzazione di gruppi di discendenza che segue la linea di parentela maschile. Un sistema patrilineare comporta il passaggio da padre a figlio maschio delle proprietà, del nome e dei titoli.

Tutto questo, a ben vedere, non ha davvero nulla a che fare con la “discriminazione delle donne”. La cultura ebraica, per esempio, è matrilineare (è ebreo il figlio di madre ebrea) anche se risulta davvero difficile considerare l’Antico Testamento più “femminista” della civiltà omerica, tanto per fare un esempio. Così come è un errore confondere matrilinearità e  matrilocalità con il matriarcato, cioè con il “potere alle donne”, che storicamente presenta davvero rare effettività.

Anche la specifica questione del cognome sembra più complessa di come non la facciano i giudici di Strasburgo. In Spagna e nei paesi ispano-americani (Argentina esclusa), per esempio, i figli assumono sia il primo cognome del padre che il primo della madre, senza che tuttavia la corrispondente cultura comporti caratteristiche meno “maschiliste” della nostra. In Giappone – il paese che ha importato nel mondo il modello della donna geisha – entrambi i coniugi possono cambiare cognome.  E così via.

Quale deficit di diritti vada realmente a sanare questa sentenza (che peraltro non comporta alcun vincolo e ha un valore solo politico) è del resto davvero un mistero. In cosa, cioè, la vita della madre o quella del bambino potrà migliorare in termini culturali, sociali, economici, di affermazione professionale, di posizionamento nella società grazie all’eventuale applicazione di questa sentenza? In niente, è ovvio. La portata del pronunciamento è allora simbolica e solo simbolica. Si tratta, per l’appunto, di scardinare un retaggio, di annichilire un’eredità. La sentenza non ci ricorda che siamo anche figli di una madre, oltre che di un padre. Ci vuole rendere, molto più semplicemente, figli di nessuno.

Adriano Scianca

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