enrico-lettaRoma, 12 dic – Le proteste di piazza proseguono ininterrotte in tutta Italia e il cosiddetto «movimento dei forconi» sembra crescere ogni giorno di più. Strade bloccate, sedi Equitalia circondate, striscioni, fumogeni, tricolori. C’è tutto un popolo che, se non è ancora maggioranza, somiglia però certamente a un fiume in piena che potrebbe presto forzare gli argini e inondare i palazzi del potere. Il potere di uno Stato che non è più avvertito – e da tempo! – come il depositario della volontà popolare.

E la natura trasversale e spesso spontanea delle manifestazioni comincia, infatti, a far paura. Angelino Alfano, ad esempio, ha praticamente minacciato la repressione della protesta, parlando addirittura di «segnali chiari dall’intelligence». Ieri è stato invece il turno di Enrico Letta che, nel suo intervento di replica al Senato, se l’è presa con Berlusconi e Grillo, colpevoli di voler furbescamente cavalcare la protesta. Ma la critica del presidente del consiglio è stata ben più ampia, coinvolgendo direttamente tutto il «movimento dei forconi». Un movimento che, a suo dire, non rappresenterebbe il Paese, che dovrebbe invece rappresentare lui stesso, benché – è un incontrovertibile dato di fatto – non sia stato votato da nessuno per ricoprire un ruolo che, al contrario, ha ottenuto grazie a manovre di palazzo e all’aiuto dell’onnipresente deus ex machina Giorgio Napolitano.

«Il malessere sociale esiste – ha dichiarato Letta – ma non scambiamo le proteste di queste ore degli autotrasportatori per una cosa che è un’altra». Il premier precisa poi meglio il suo pensiero: «Se il governo individua forme di accordo che tengono insieme più del 90% delle categorie, venire a dire che ciò che sta accadendo rappresenta il Paese, non è vero. Lisciare il pelo all’idea che chi rappresenta una piccola minoranza di una categoria economica possa parlare a nome di tutti, è uno stravolgimento delle regole della democrazia economica che noi non intendiamo seguire».

Insomma, la condanna è pressoché totale. Tralasciando però la sufficienza molto snob con cui Letta ha liquidato il disagio disperato di migliaia di italiani, come fosse una cosa, cioè, in fin dei conti insignificante, colpisce invece un’espressione utilizzata dal premier, quella di «democrazia economica». Che cosa essa sia non è proprio semplice afferrarlo, anche se lo si può certamente intuire. Quello che tuttavia traspare con chiarezza dall’utilizzo di questa formula è una forma mentis ben radicata nel «tecnico» Letta, ossia quella di considerare l’Italia un semplice apparato burocratico dove l’unico scopo è quello di far quadrare i conti. Chi si adegua agli accordi vampiristici imposti dal governo fa parte della «democrazia economica», chi si rifiuta, invece, ne è fuori e deve essere monitorato dall’intelligence alfaniana. Chissà se Letta non abbia anche in programma di riscrivere il primo articolo della Costituzione: «L’Italia è una democrazia economica, fondata sulla ragioneria».

Niccolò Lione

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