italia_rovesciata56508_imgRoma, 7 lug – A partire da oggi si è iniziato a fare sul serio. Carlo Cottarelli e Raffaele Cantone, sceriffi della lotta contro lo spreco e la corruzione, hanno spedito cento lettere ad altrettanti enti pubblici per chiedere spiegazioni sulla modalità di acquisto di beni e servizi. Se la risposta sarà insoddisfacente, la Guardia di Finanza è già pronta ad intervenire. Siamo proprio un Paese fortunato! I burocrati spreconi sono messi alle strette. Il Daspo contro il clientelismo e la corruzione è già scritto. E questo è solo l’inizio. Come direbbe il nostro premier Matteo Renzi: “L’Italia del fare mette a tacere i gufi”. Salvatore Nottola, procuratore della Corte dei Conti, qualche giorno fa ha smorzato gli entusiasmi affermando: “Delle 7500 società censite, solo 50 fanno capo allo Stato: ben 5200 sono partecipate dagli enti locali. Senza contare le partecipazioni di secondo livello, quelle cioè in cui una società partecipata ne controlla un’altra. Più varie anche le forme giuridiche: 1.963 società per azioni, 1.235 srl, 758 società consortili, 202 cooperative, 1.019 consorzi, 561 fondazioni, 182 istituzioni e 274 aziende speciali e 178 altre, indistinte, forme. Il loro numero è variabile perché queste società sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto. La loro ragione sociale è mutevole e tutto ciò avviene con meccanismi difficilmente rintracciabili e molto complessi”.

Il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, in base ad un campione analizzato dal ministero dell’Economia stima che: “Solo le municipalizzate nel 2012 abbiamo perso almeno 1,2 miliardi di euro, è arrivato il momento di chiudere il rubinetto. Solo per le multi-utility (1100 in tutto tra acqua, luce e gas con 40 miliardi di fatturato ed oltre 600 milioni di euro di utili nel 2013) è prevista una via di fuga. Ma dovranno comunque aggregarsi”.

Ma come, negli ultimi 20 anni tutti hanno affermato che solo decentrando la gestione di beni e servizi lo Stato poteva risparmiare? Ora si parla di costi standard per tutte le regioni. La famosa siringa che deve avere lo stesso prezzo a Torino come a Catanzaro. A questo punto si pone un dubbio amletico. Si risparmia con i costi fissi dettati dal famigerato Stato centralista oppure con il lasser faire localista?

Secondo la Corte dei Conti: “Serve un disegno di ristrutturazione organico e complessivo, che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti e dia a questi ultimi la responsabilità dell’effettivo governo degli enti partecipati”. Insomma, il regionalismo ha fallito. Due sono le ragioni. In primis, le Regioni non hanno nessun retroterra identitario; sono solo una linea colorata sulla cartina geografica. In secundis, moltiplicano i costi.

Vediamo perché. Se io travaso un litro di vino 10 volte avrò uno spreco minimale. Ma se dovessi fare la stessa operazione mille volte, inevitabilmente parte del nettare degli dei andrebbe sprecato. Facciamo un bell’esempio. Uno di quelli che piace agli economisti. Rapporto Deficit/Pil prima dell’istituzione delle regioni a statuto ordinario (1950-1969): 30%. Media dello stesso rapporto (1970-1975): 44%. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, il buco diventa una voragine che pesa sulle spalle dei contribuenti. Tasse regionali comunali, con varie ed eventuali.

Il ragionamento dei decentratori si basa su un principio: gli enti locali possono far meglio dello Stato avvicinando il potere di controllo ai cittadini. È la sussidiarietà bellezza! Municipalizzate semi pubbliche che con l’ingresso dei privati diventano più efficienti. Non più dirigenti e dipendenti ma manager ed advisor. Decentriamo e esternalizziamo. Così ogni tre anni ci sarà una bella gara d’appalto per scegliere la cooperativa che dovrà pulire i bagni del Municipio. Una concorrenza che stimola la produttività. Ma se guardiamo ai risultati di questi ultimi 20 anni, forse, sarebbe meglio invertire veramente la rotta. Non come promette Matteo Renzi. Ripensando il ruolo del pubblico. C’è bisogno di dialettica decisionale. L’esecutivo deve essere la guida e il coordinamento dell’intero meccanismo sociale. Questo tema, però, conta poco nel dibattito politico. L’intero arco costituzionale sta pensando di creare un Senato di sindaci e consiglieri regionali. E allora, possiamo affermare che a lavar la testa agli asini si perde acqua tempo e sapone.

Salvatore Recupero

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Salvatore Recupero
Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l'attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

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