Terrorismo: ormai siamo in guerra. Ma contro chi?

isis islam europaRoma, 27 giu – Charlie Hebdo e la fuga dei fratelli Kouachi. L’attacco al museo del Bardo e l’arresto (pur con qualche dubbio) del tunisino rifugiatosi in Italia. In ultimo, gli attacchi quasi simultanei ancora in Francia e ancora in Tunisiain quest’ultimo caso con obiettivo unico i turisti stranieri, più quello in Kuwait. E con lo spettro dell’Isis che aleggia su entrambi gli episodi.

E’ guerra, pur non dichiarata? Nel giro di pochi mesi la conta ha quasi raggiunto il centinaio di morti, praticamente tutti civili. Che il fondamentalismo islamico abbia lanciato strali contro l’occidente non è una novità. Che lo abbia fatto in maniera disordinata, senza un attacco frontale ed individuabile, è altrettanto vero. D’altronde la guerra moderna si combatte in fronti contrapposti solo come extrema ratio e nel frattempo si assiste ad una miriade di atti e schermaglie, potremmo quasi dire punzecchiature – non fosse che di mezzo ci scappa sempre la manciata di morti.


Ma se siamo in guerra, contro chi? Contro l’islam? Troppo vago. Contro una parte dell’Islam, allora? Ma anche qui: quale parte dell’islam? Ora, è innegabile che Isis e fondamentalismi di ogni tipo peschino appieno nel mondo sunnita. Quel mondo -sì, maggioritario nella umma, l’intera comunità musulmana- nel quale Arabia Saudita e Qatar, due fra i paesi più “vicini” all’occidente, sono i centri catalizzatori della politica regionale. Senza considerare la Turchia, il cui ruolo nei confronti delle milizie dell’Isis è troppo vago. E stiamo parlando di un membro della Nato.

Si potrebbe ancora andare più in profondità, ma la situazione appare già intricata a questo primo e più superficiale livello da non rendere necessario un ulteriore aumento della complessità. Ecco perché non serve riesumare Lepanto, che di guerra di religione non aveva nulla, mentre di guerra commerciale aveva moltissimo. E nemmeno la Fallaci, secondo la quale non era possibile distinguere un Islam buono da un Islam cattivo.

Forse aveva ragione nel metodo (i distinguo rischiano sempre di essere pelosi), ma non nel merito: il cosiddetto occidente sembra invece aver preso la cosa fin troppo alla lettera, contrastando quell’Assad che al momento è l’unico leader mediorientale -insieme al supporto di Hezbollah e Iran, tutti nella “lista nera” e tutti di ascendenza sciita, peraltro- i cui uomini stanno combattendo e morendo contro l’Isis.

Come superare allora le contraddizioni? Più che trovare un nemico, l’Europa dovrebbe ritrovare la sua dimensione. La più che tafazziana vicenda delle sanzioni contro la Russia ha messo a nudo l’impossibilità di continuare con il percorso di integrazione continentale, tanto gli interessi e le “sponde” (leggasi vassallaggio) agiscono da forza centrifuga.

Spetta allora almeno all’Italia prendere in mano la sua centralità mediterranea, proiettati come siamo all’interno del fu Mare Nostrum. Accadde fra gli anni ’70 e gli ’80, quando i rapporti con la sponda nordafricana ci garantivano una qualche forma di influenza. Un’architettura durata fino all’avvento delle primavere arabe e la presunta democratizzazione, che hanno in realtà scatenato una polveriera pronta ad esplodere a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste.

Filippo Burla

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