vpervendettaRoma, 14 apr – La manifestazione della sinistra antagonista che sabato 12 aprile ha paralizzato Roma ha mostrato in modo plastico quali siano i limiti di questa frangia contestataria che, di tanto in tanto, deve ripetere il rituale della manifestazione-con-scontri per dare notizia di sé e “salvare” l’anno politico

Partiamo dai numeri. La manifestazione del 19 ottobre scorso, a cui quella più recente esplicitamente si richiamava, ha portato in piazza 70mila persone, secondo gli organizzatori. Diciamo che forse 20mila sono di troppo; resta pur sempre il non trascurabile numero di 50mila presenze, che comunque non è poco. Sabato gli organizzatori hanno parlato di 20mila presenze, che più verosimilmente si riducono a 10mila. Uno scacco numerico importante.

Ma c’è di più. Tutti gli osservatori hanno notato, fra i manifestanti, una presenza ormai parossistica e parodistica di “figuranti” extra-europei (i famosi “lavori che gli italiani non vogliono più fare”…). Ora, può anche darsi che nella logica cosmopolita ed egualitarista dell’estrema sinistra esistano solo “individui” che reclamano “diritti universali” e che quindi non faccia differenza alcuna se questi individui vengono da Firenze, Lima o Nairobi. Nessuno è così stupido, tuttavia, da ignorare che attingere al pozzo senza fondo della manovalanza immigrata, magari ricattando gli occupanti di qualche palazzo fatiscente stipato fino all’esaurimento di proletariato multirazziale senza volto, è una scappatoia molto facile ma che tradisce una evidente debolezza.

C’è poi un chiaro problema di “piattaforma rivendicativa”, come direbbero loro. Per cosa si è sceso in piazza sabato? Nessuno lo ha capito. Era un corteo contro Renzi? Contro la Tav? Contro l’austerity? Contro l’Ue? Contro gli sfratti e le speculazioni edilizie? Di tutto un po’. L’idea iniziale era stata quella di fare una manifestazione contro l’Ue, contro Bruxelles, contro la troika. Poi, però, la timidezza ha preso il sopravvento. Si è fatto valere, soprattutto, il timore di essere scambiati per populisti, sovranisti, nazionalisti. E già questa paura, candidamente denunciata sui blog vicini al movimento, la dice lunga: una volta chi metteva in atto proteste sociali non venendo da sinistra doveva eternamente giustificare la propria identità (“ma queste battaglie non sono da compagni?”), ora accade il contrario, nell’immaginario collettivo se attacchi Ue e mercati sei lepenista. Dal punto di vista simbolico si tratta di una sconfitta di proporzioni epiche, per la sinistra, che dimostra di faticare a ricollocarsi nell’attuale scenario globale, continuando a inseguire rivolte internazionaliste che non ci sono e che la gente non capisce.

Anche senza partire da posizioni perbeniste, borghesi o moraliste, infine, risulta difficilmente comprensibile il rapporto che “i movimenti” continuano ad avere con la violenza. Lo scontro – la “conflittualità” nel loro gergo – è continuamente ricercato come un momento essenziale degli eventi di piazza, ma allo stesso tempo si rifugge tutta la relativa etica, epica ed estetica. La scena di Via Veneto, con la polizia provocata in ogni modo fino a costringerla alla carica, di fronte alla quale tuttavia i manifestanti voltano le spalle e fuggono, lasciando peraltro alla propria sorte i compagni capitati fra le mani dei celerini – è a suo modo inquietante. Per non parlare della solita deriva nichilista, quindi teppistica e al fondo impolitica, di una ribellione che passa ogni volta per le vetrine sfasciate, i negozianti terrorizzati, i negozi saccheggiati.

Alla fine, quello che ne esce è una manifestazione di cui nessuno sa i motivi, piena di non italiani, che devasta la città senza che i cittadini ne capiscano la ragione. In fondo, si tratta di gente sganciata dalla realtà, esattamente come le oligarchie che dicono di combattere.

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