Annoiarsi fa bene alla mente: lo conferma la scienza

Figure_1Roma, 27 ott – È di questi giorni la notizia di una ricerca condotta da neuroscienziati alla Cornell University (Usa), pubblicata su una prestigiosa rivista internazionale, secondo cui attivare le aree del cervello legate ad attività mentali “disimpegnate”, come abbandonarsi ai ricordi o vagare con la mente senza un obiettivo preciso, può contribuire molto efficacemente allo sviluppo delle capacità intellettive e ad affrontare compiti mentali molto difficili. In pratica, annoiarsi fa bene alla mente, per quanto questo possa sembrare contro-intuitivo.

I risultati rappresentano un avanzamento della nostra comprensione dei meccanismi con cui le reti neurali focalizzate su problemi esterni e interni interagiscono per facilitare il pensiero complesso, afferma l’autore principale Nathan Spreng: “la visione prevalente è che attivare regioni del cervello note come la rete predefinita ostacoli le prestazioni rispetto a compiti che richiedono molta attenzione, perché questa rete è associata con comportamenti come abbandonarsi a ricordi o pensieri liberi. Il nostro studio è il primo a dimostrare l’opposto – che attivare la rete predefinita può anche migliorare le prestazioni”.

Per esempio, i ricercatori della Cornell hanno dimostrato sperimentalmente, attraverso lo scanning del cervello applicato a un pannello di 26 giovani volontari, che la memoria a breve termine migliora in funzione del grado di attivazione delle funzioni cerebrali associate ai ricordi più lontani.

Continua Spreng: “… perseguire obiettivi impegnativi richiede di processare informazioni cui personalmente si deve associare un significato, derivante a sua volta dalla conoscenza legata a esperienze passate, motivazioni, piani per il futuro e il contesto sociale… Il nostro studio suggerisce che la rete predefinita e la rete di controllo esecutivo (focalizzata sugli obiettivi)  interagiscano dinamicamente per facilitare un dialogo continuo tra il perseguimento di obiettivi esterni e la costruzione di un significato interno (personale)”.

Tornando sulla Terra, cosa significa tutto questo? Prima di tutto, che il tempo libero per pensare liberamente senza altri impegni è importante e funzionale allo sviluppo cognitivo; non è azzardato credere che sia per esempio durante una vacanza disimpegnata che vengono le idee migliori.

Non è un caso se i grandi geni del passato siano stati nei loro primi anni dei bambini annoiati e talvolta apparentemente disadattati, spesso provenienti dalla provincia. È abbastanza inutile fare una lista, ma difficilmente troveremo un grande genio nato in una grande città…


Più importante ancora, venendo al presente, questa ricerca racchiude insegnamenti molto forti.

Il primo e più importante è che la cosiddetta “noia” dei bambini non deve essere combattuta e repressa offrendo distrazioni e divertimenti poco significativi, mentre dovrebbe essere lasciato loro il tempo di vagare liberamente coi pensieri invece di impegnarli freneticamente. L’inurbamento non gioca a favore in questo senso, così come la proliferazione di giochi elettronici e programmi televisivi per lo più passivi e privi di senso. Lo stesso, mutatis mutandis, vale ovviamente per gli adulti, e qui l’impulso a tirare in ballo la frenesia insensata dei social sarebbe troppo forte.

Esiste anche un altro aspetto della questione, che ci porta dritti all’assetto del corrente sistema scolastico, anche quello italiano.

Un bambino che si annoia velocemente a scuola non è detto che sia semplicemente “disinteressato” alle attività didattiche: come osservato molto efficacemente per i bambini bilingue, che solitamente sviluppano superiori capacità cognitive, così come per la gran parte dei bambini “plusdotati”, la loro “noia” è dovuta per lo più all’appiattimento dei programmi scolastici e del disinteresse nei confronti delle loro superiori capacità, col rischio che una situazione virtuosa possa portare, paradossalmente, a una sorta di esclusione dal contesto scolastico, nonostante che a livello sociologico, questi bambini facciano parte del potenziale di una nazione: sono i futuri ricercatori, gli scienziati, quelli che fanno progredire il Paese.

In altre parole, una scuola appiattita – nonostante alcune significative eccezioni d’eccellenza – finalizzata a “portare avanti tutti”, e su livelli sempre più bassi a causa sia della riduzione del quoziente intellettivo endogeno, di cui si è già parlato su queste colonne, sia dell’immigrazione incontrollata, non solo insegue il declino della società invece di tentare di invertirlo, ma appesantisce le ali dei giovani e giovanissimi più dotati.

Francesco Meneguzzo

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